martedì 14 giugno 2016

Amore Infinito



Quando dicono che è Amore infinito.
Quando dicono che quando lo provi una volta non lo puoi più scordare.
Quando dicono che ti trasforma la vita.





In quegli istanti, perché non è un istante, ma sono lunghi infiniti istanti... in quegli istanti tutto cambia.








Il calore che senti.



La luce che vedi.



La  pienezza che ti colma.





L'Amore che tutto avvolge.





Non c'è che gratitudine per questo sguardo d'infinito.




Non c'è che gratitudine per ciò che ti ha condotto lì, per mano.




Squarciando un velo, afferrandoti forte, sollevandoti attraverso il tempo e lo spazio. 









E c'è Amore.







AMORE INFINITO









giovedì 9 giugno 2016

Il nostro modo.





Uno dei più grandi torti che possiamo fare a noi stessi 
è smettere di pensare con la nostra testa.




Il che talvolta tristemente accade, immersi come siamo in battage informativi di ogni genere e qualità. E accade soprattutto quando ci si specializza in un determinato ambito di studi o professionale. Chi insegna e chi studia o lavora insieme a noi è portatore sano di idee, concezioni, filosofie, background esperenziali e culturali, e spesso l'ingresso in un ambiente (professionale o formativo) comporta un recepire e talvolta assuefarsi a un modo di vedere le cose, sia esso mainstream o alternativo. Certe cose si imparano o fanno in una determinata maniera, certe altre sono preferibili, altre ancora da evitare o poco premianti... che sia la cultura di massa o quella di nicchia, sempre cultura è. 

E la cultura è sì da rispettare e assimilare nel suo essere uno dei fondamenti della nostra 
possibilità di evolvere, come singoli e come specie, 
ma nel contempo è il milieu, l'humus, il terreno fertile che ci nutre e ci sostiene, 
ma da cui siamo pur sempre noi a poter (e dover) germogliare, 
per crescere nella nostra individualità.

Così ci può accadere che qualcosa che abbiamo appreso o che facciamo ci susciti un'incomprensibile repulsione, un desiderio di evitamento profondo che razionalmente tuttavia non riusciamo a fare nostro. Si genera tensione, una tensione a fare e una a evitare, che può avere innumerevoli cause... e una potrebbe essere questa: quella cosa si può fare, ma per noi è da fare diversamente. Il modo, magari anche il fine apparente, potrebbero non essere i nostri, ma potrebbero essere culturalmente appresi o inconsciamente recepiti come l'unica via, sebbene la nostra diretta esperienza ci dica il contrario. 


Sono rare, le uniche vie, molto rare. 


Eppure quando siamo calati in un contesto in cui "si fa così" perché si pensa che "si voglia così" o "sia giusto solo così" diviene difficile prendere le distanze e riconsiderare tutto.

Ma si può fare, e si può fare riconnettendosi con le proprie motivazioni, intenzioni ed esperienze di vita. Chi siamo, cosa abbiamo vissuto e appreso è unico e irripetibile, e per questo ha un grande valore, e nel contempo più risuonare con altri che hanno percorso strade limitrofe, percorsi contigui.

C'è valore nel diversificare, e valore nell'onorare il proprio percorso, e un gran valore nel confidare nel nostro intuito, 

e immenso valore e coraggio nell'incamminarsi alla scoperta 

del nostro modo, 

del nostro messaggio, 

del nostro contributo.


Namasté.




martedì 31 maggio 2016

I confini del senso e della misura

Si sono persi i confini del senso e della misura.
Si è perso il rispetto e la capacità di stare al proprio posto, e in e da quel posto operare realmente.

Come ha detto una mia amica: "Non avrei mai pensato che una delle sfide dell'essere genitore fosse di doversi difendere da altri genitori".
Come sa di impensabile che una delle sfide di essere donna sia doversi difendere da altre donne.
(E che la sfida più grande dell'essere umano sia di doversi difendere da altri essere umani.)

Eppure, eppure succede quotidianamente e subdolamente, spesso sotto finti sorrisi e stucchevoli buonismi.

Dalle insegnanti di yoga freakettone che bombardano future mamme prospettando il parto in casa, l'allattamento fino alle calende greche, il dormire tutti nello stesso letto, il rifuggire ogni tipo di vaccino come l'unica via per essere una buona mamma, una donna vera, una mamma OK, una che la mamma la sa fare, e non, come sarebbe utile e sensato, veicolando tutto questo come una delle molteplici vie che una donna può scegliere nel totale rispetto di ciò che sente e ciò che è; alle madri dei compagni di classe che pensano di insegnare la vita ai figli altrui senza chiedersi se quello è il loro spazio e il loro ruolo (e se se lo chiedessero, probabilmente riconoscerebbero quel bel NO che è la risposta alla domanda); a quelle che sottilmente sogghignano della mamma a tempo pieno che, poveretta, non ha una carriera, o di quella che di carriera ne ha troppa; a chi ha da dire se di figli ne hai uno o cinque, ma anche quattro paion francamente troppi; a chi pensa che essere bambini sia qualcosa da superare in fretta, e mettono bimbi di otto anni davanti a film e situazioni pensati per adolescenti di quattordici, così poi cresce in fretta e si gode la vita.

E in tutto questo ci sono bambini, madri e padri che si trovano a lottare per conservare l'ambiente e i valori familiari che hanno scelto consapevolmente, e altri che sballottati dai flutti di una società alla rincorsa di non si è capito bene cosa non riescono più a trovare il loro centro, la loro rotta. E spesso le burrasche sono causate da commenti o azioni inadeguati e inappropriati di altri genitori, da atti di bullismo compiuti da amichetti le cui mamme chiudono troppi occhi o li fan passare per "cose normali tra ragazzi, si arrangeranno tra di loro" abdicando al ruolo, quello di genitore ed educatore, o altre volte ancora da genitori che si prendono libertà educative e non con i figli altrui, senza almeno il necessario confronto con chi ha il diritto e il dovere di dire qualcosa in merito (suggerimento: il genitore del bambino in questione).

Cosa ci è successo? O, se fosse sempre stato così, e ne dubito, cosa ci tiene intrappolati in questo modo triviale di relazionarci?

Cosa rende così difficile capire che ognuno di noi ha la sua storia, la sua vita, le sue esperienze, i suoi valori, i suoi traumi, le sue aspettative, le sue speranze, le sue paure, i suoi sogni, il suo cammino?
Che diritto si ha di impicciarsi nelle scelte di vita altrui, giudicando o creando falsi miti e false "uniche modalità di essere donna, uomo, madre, padre, genitore etc. etc."?
Che diritto si ha di abdicare al ruolo di genitore e lasciare che i propri figli facciano soffrire i presunti amichetti, dietro la scusa sociale del "l'adolescenza è la fase della ribellione, è normale, soffrono un po', è sempre stato così", che poi è vera fino a un certo punto? 

È giunto il momento di farsi collettivamente queste domande, di chiedersi davvero il senso, il senso di essere al mondo, di essere donne e uomini, madri e padri, figli, esseri umani che si impegnano per una vita più consapevole e rispettosa. E se vien voglia di impicciarsi nelle vite altrui, fermarsi un attimo e chiedersi: è il mio ruolo questo? Mi compete? Mi è stato chiesto? E soprattutto, sto onorando il percorso di chi ho di fronte?








giovedì 26 maggio 2016

Considerazioni di una notte di quasi estate

Sentirsi bene.
Bene, anche con quel ginocchio misteriosamente ammaccato che mi impedisce alcuni banali movimenti e per il cui benessere non pratico ormai da qualche giorno.
Bene, anche se sono fisicamente stanca, ancora in recupero di serate brave e di giornate impegnative.
Bene, anche nel bel mezzo della marea dell'altrui agitazione, una fibrillazione tormentosa che pare francamente poco utile.
Bene per aver avuto dialoghi inattesi con persone inattese in situazioni che immaginavo diverse.
Bene per quei pochi intensi movimenti che mi sono concessa questa sera in studio, trovando spazio, potenza, silenzio... e il mio ginocchio preservato e a riposo.

C'è aria di estate, quasi; c'è aria di spensieratezza. C'è anche qualche sguardo smarrito, qualcuno che, catapultato indietro di anni, di nuovo e ancora cerca compiutezza e stabilità.

Ci sono i ricordi che si affollano percorrendo le scale del passato. E ci sono sprazzi di istanti in cui tutto è fermo. 


Noi, qui. 


C'è la mail a un amico, e ci sono i messaggi con il cuore che batte di gratitudine a chi si prende cura di te da lontano, e non vedi l'ora di rivederla, ora che le occasioni sono sempre più rade.

C'è un moto di affetto per chi ci ha aiutato a mettere in piedi un sogno, e la voglia di ballare fino a notte tarda con chi ci riempie di gioia a ogni conversazione. Qualcosa si scioglie verso l'estate, ed è uno sciogliersi per unirsi.

E volutamente non uso mai le parole "tribe, "community", "family", meravigliose e dense nel loro vero significato, ma inflazionate ormai da un utilizzo fasullo, come a dire: "appartengo e quindi sono", figlio di quell'"appaio e quindi sono" e del suo cortocircuito di #hashtag e @chioccioline.

Perché non serve. Perché è rumore di sottofondo, un brusio che confonde, appiattisce, uniforma, toglie freschezza, ci rende schiavi della sete di appartenenza e dello sfoggio di possesso.

Perché non c'è bisogno di gridare la parola "amore" per amare né di descrivere minuziosamente un fiore per vederlo schiudersi. 

E il sole tramonta, e le nuvole si rincorrono. Terra e foglie verdi. L'imbrunire di una quasi estate, che inizia ora a profumare di prosecco e olive.

E ho voglia di praticare, di sentire il corpo nelle pose, la terra tra le mani, l'aria sul mio volto.

In quattro giorni, brevi e intensi, molto è cambiato, di nuovo. 

Tutto è restato immutato. 


Sentirsi bene, come non mai.



(Immagine da Pinterest)





martedì 24 maggio 2016

Le nostre storie

Viviamo nelle nostre storie.
Ce le raccontiamo di continuo, ci identifichiamo con qualità, attributi e atteggiamenti, filtriamo la nostra esperienza attraverso di esse.
Siamo questo e quello, ci capita quello e quell'altro, non può che accaderci quell'altra cosa ancora. Perché siamo fatti così, no? Perché in fondo è normale, no? Abbiamo determinati geni di partenza, determinate esperienze all'attivo, un modo di essere forgiato e scolpito. No?

Non necessariamente.

Oggi in particolare questo argomento mi sta a cuore. Oggi, con il sole che splende. Oggi con una mattinata tuffata nelle emozioni, dialoghi senza filtri, presenze "senza se e senza ma", aperture totali. Oggi che mi sono trovata a navigare sulle onde di un passato intriso di presente. 

E navigando, il vento della malinconia ha accarezzato il mio volto, in una serendipità di scambi quasi incredibile, ma appunto, se fosse ovvia e scontata non sarebbe serendipità. Per un attimo, per qualche attimo neanche tanto breve a dire il vero, sono tornata là, in quelle sensazioni del passato, raccontandomi la storia di come avrei voluto essere lì al posto che là... ma a me non può che accadere di essere là, no?

No.

No, perché sono qui. Qui. Anni dopo. Esperienze dopo. Parole "dette e ascoltate, gridate e sussurrate, scritte e intuite" dopo. Qui, e quella malinconia in fondo non mi appartiene, o meglio mi appartiene ma non mi limita, non mi definisce, non mi connota. È confortevole ritrovare emozioni conosciute, è romanticamente decadente lasciarsi trasportare sulla onde di qualcosa che abbiamo vissuto tanto a lungo, è rassicurante avere una storia, sempre quella, da ripetere a occhi chiusi, come una cantilena incessante. 

Ma io sono altrove ora. Quella rada con le sue onde conosciute è un luogo, un luogo in cui riconoscere panorami, ricordi e il profumo di fiori e di salsedine, ma non è una gabbia, non un confine. E su quel fondale non c'è nulla da cercare per me ora e nemmeno un'àncora da gettare. Ci sono già stata lì, e il ricordo vive in me - dolce, amaro, intenso, vissuto, sentito - ed è parte di me, una gemma da serbare nel cuore.

Ma sono accadute cose, ho navigato altri mari, sono tornata in questa baia riparata più e più volte e ho creduto a lungo fosse l'unica baia in cui ancorarmi... ma nel frattempo la vita si snodava, in tanti mirabili modi... fino a oggi.

Oggi mi sono rituffata in quelle acque cristalline, pronta a malinconicamente ripetere la cantilena di una vita. Ma il sole era forte, troppo, il vento rideva tra le fronde, l'ombra accarezzava la sabbia in lontananza, e non me ne ero mai accorta prima. E allora mentre conversavo con i miei compagni di viaggio, celebrando altro - quel nostro presente che ci vede fianco a fianco, tra le scelte di una vita che si manifestano in ogni istante - mi sono resa conto di quanto bella sia la mia navigazione, di quanto ho visto e scoperto, di quanto serbo nel cuore, e di quanto siano vasti gli orizzonti di fronte a me.

Vivere dentro alle nostre storie ancora e ancora e ancora, no, non è un destino ineluttabile. 
È il lasciar vivere le nostre storie dentro di noi, quello sì, che ci fa sentire integri, pieni, autentici. Onorando il nostro vissuto, le pietre miliari di un percorso, i luoghi che abbiamo visitato e attraversato... senza identificazione, senza attaccamento, senza rimpianto, ma con amore, rispetto, accoglienza di ciò che meravigliosamente siamo.

(Immagine da Pinterest)

Dedicato a due persone speciali: un presente intriso di passato e illuminato dal futuro... due scintille di eternità.




mercoledì 20 aprile 2016

Step into your power

Riemergo oggi da tre settimane di detox.
Inizialmente avevo pianificato (e condiviso anche qui) un programma di una decina di giorni, ma sin dai primi momenti mi è stato chiaro che si poteva fare di più, andare più a fondo.
L'inverno che si è appena concluso è stato per me molto denso, colmo di avvenimenti piacevoli e di meno piacevoli prese di consapevolezza e di distanza, culminato con un risultato accademico importante a sua volta esito di ore di intenso lavoro. E nel turbinio di tanti accadimenti e di un così serrato impegno, le routine quotidiane, le abitudini basilari che ruotano intorno ai cicli di riposo e di attività e al nutrimento, fisico e spirituale, sono state strattonate se non, talvolta, stravolte.
La necessità di premere il pulsante "Reset" e di tornare al mio centro naturale era forte.
Immergersi in un detox più pervasivo e strutturato è stato spontaneo, naturale.
Non sono mai stata a favore delle rinunce, ma sono per la ricerca.
La ricerca su se stessi, per comprendere e affinare il nostro essere più autentico.
Nell'eliminare cibi di cui ho teso ad abusare, nel mettere a riposo per tre settimane la macchina del caffè, nel rivolgermi esclusivamente a cibi privi di quelle sostanze che so essere non particolarmente benefiche per il mio corpo, nel pianificare e riscrivere le mie abitudini quotidiane riguardo agli orari dei pasti, ai momenti di riposo, al navigare social network e web, al check delle e-mail, nell'infine pormi in ascolto dei messaggi che corpo e mente mi hanno comunicato costantemente in queste tre settimane, ho ritrovato quel campo base, quell'area neutra da cui riemergere.
E riemergo oggi, con il primo caffè e con tante nuove consapevolezze.
Ho affinato me stessa in questo processo, ho potuto ascoltare il perché di certe abitudini, ciò di cui sentivo la mancanza, ciò che mi è indifferente. Ho potuto dare al mio corpo una tregua sana da stimoli frequenti e talvolta eccessivi - alimentari e non solo - e ho guardato alle mie routine quotidiane, alla ripartizione del mio tempo per ascoltarne l'efficacia e la compatibilità con il mio benessere e con i miei scopi.
In queste tre settimane, fedele al mio motto "in medio stat virtus" e alla mia avversione per tutto ciò che irrigidisce corpo e mente, ho avuto cura di quei momenti relazionali - tre - in cui allargare le maglie a qualche eccezione restando nella mia scelta di andare a fondo di questo processo.
Oggi riemergo. Con un'energia più vibrante, con maggiore chiarezza mentale (e queste erano le motivazioni principali che mi hanno condotta e sostenuta in queste tre settimane), con un corpo sensibilmente più sano e attivo, e soprattutto con nuove abitudini.
Con il rinnovato potere delle mie scelte.
Il potere delle nostre scelte è fondamentale. Sapere cosa vogliamo, perché facciamo qualcosa - dalle cose più semplici come consumare un pasto a quelle più complesse come accettare un lavoro o intraprendere una relazione affettiva - ci conferisce quell'empowerment che ci consente di prosperare in una vita che sentiamo essere realmente nostra.
L'esempio del caffè: ho sempre saputo che non mi è mai servito allo scopo di sentirmi energizzata o di restare sveglia (tant'è che non ne ho mai bevuti prima di esami universitari, discussioni di tesi di laurea o impegni di lavoro importanti) ma il berlo era diventata un'abitudine automatica, quotidiana. In tre settimane non ne ho sentito una carenza fisiologica, i miei livelli energetici piuttosto si sono accresciuti, ma ho sentito la mancanza dell'aroma, del calore, del rituale.
Quando ho iniziato da adolescente a bere il caffè per me era questo: un piacere speciale da gustare solo in alcune occasioni. Poi è scaduto nell'abitudine inconsapevole.
Ora, in questi giorni, ho realizzato che per me il caffè americano è divenuto negli anni un rituale che mi connette profondamente con il mio stimolo a studiare, scrivere e approfondire, e che l'espresso dopo pranzo è un accento a metà giornata non indispensabile, ma spesso piacevole, una coccola.
Riscrivere il rapporto con ciò che assumiamo nel nostro corpo (e in fondo lo sappiamo bene: siamo ciò che mangiamo), con ciò che immettiamo nella nostra consapevolezza o che facciamo nella nostra giornata, ri-scoprendo il valore che assume per noi, e scegliere così con maggiore pienezza, conferisce alla nostra quotidianità un sapore tutto nuovo, dona al nostro agire una diversa presenza, porta il nostro Sé più autentico ad affinarsi e a stagliarsi con maggiore nitidezza attraverso la nostra persona. Ci invita a incamminarci vesto il nostro Sé più elevato entrando nel potere della consapevolezza delle nostre scelte. Ci invita a "feel, act, be empowered" in ogni istante. E così a pienamente essere.


(Immagine da Pinterest)




venerdì 1 aprile 2016

Detox







Primavera. Tempo di resettare. Tempo di rinnovare e di rinnovarsi.

Come ogni anno il momento di dedicarsi al proprio benessere, di entrare in contatto profondo con le proprie abitudini, alimentari e non, per prendere coscienza di cosa immettiamo nel nostro organismo - fisico, mentale, spirituale - e per concederci una pausa da ciò che affatica i nostri sistemi digestivi, cognitivi ed emotivi, per riemergere rafforzati e rinnovati.








Quest'anno ho articolato il mio detox in una prima fase di "pausa" dalla tirannia del web: dai social network, ma anche dall'eccesso di informazioni, che sebbene utili e ricche rischiano di seppellire sotto una coltre che lievita all'infinito tutto quanto è già nella mia sfera in attesa di essere assimilato ed elaborato. Stop quindi alla tentazione di nuovi corsi on- e off-line, di nuovi libri, di nuove musiche. Le vacanze pasquali senza wi-fi in questo sono state preziose, e lascerò che riverberino i loro effetti per giorni ancora.

* * *

Da oggi invece hanno inizio nove giorni di detox alimentare, graduale e gentile, ad eliminare via via gli alimenti che so essere più dannosi per il mio organismo o eccessivamente presenti nella mia alimentazione abituale, per giungere a tre giorni di alimentazione rigorosamente vegan e semiliquida che consenta al mio apparato digerente e alle mie cellule di respirare e rigenerarsi profondamente, per poi infine gradualmente reintrodurre anche piccoli quantitativi degli alimenti "banditi" e ritrovare così l'equilibrio che so essere il più adatto al mio organismo e al mio benessere, fisico e mentale.








Non mancheranno l'oil-pulling mattutino, abitudine introdotta da poco ma che fa sentire forte e chiaro i suoi effetti benefici; la tazza di acqua tiepida e limone a seguire; un supporto antiossidante naturale; e un thermos di acqua calda da sorseggiare a casa così come in studio. 


E tanta frutta e il profumo dei fiori freschi che mi inebria.








E sarà infine anche un momento di ascolto profondo di quelle abitudini personali e relazionali che ognuno di noi si trascina appresso, da tempo immemore o anche solo da momenti più recenti: pensieri ricorrenti, piccoli vizi, dialoghi interiori, relazioni ormai esaurite, ma anche armadi colmi di cose inutilizzate, caselle di posta invase, barre dei preferiti stracolme, colonie di app dormienti sul telefono.

Giorni in cui resettare. Per ri-trovarsi e ri-partire con nuovo slancio e nuove energie.



(Immagini da Pinterest)