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martedì 24 giugno 2014

Anche gli yogi si ammalano...

L'altro giorno un'amica mi ha chiesto: "Com'è che qualcuno che pratica tanto yoga e conduce una vita così sana, è spesso alle prese con "malattie" grandi o piccole? Non son tutte comunque un riflesso psicosomatico?"

Questo mi ha fatto riflettere. Mi ha fatto riflettere su quanto poco sappiamo uno dell'altro, e su quanto pudore e rispetto aleggi nei rapporti umani. Su come spesso le nostre battaglie si svolgano nel segreto di un luogo nascosto e remoto, inaccessibile agli sguardi esterni, protetto dal pudore, appunto, ma anche dal rispetto che nutriamo per le persone che ci stanno intorno.

Ognuno di noi (chi più chi meno) affronta grandi e piccole battaglie, ognuno di noi proviene da una storia le cui sfumature sono personali e uniche, ognuno di noi vive sulla sua pelle e in ogni sua cellula i propri piccoli o grandi conflitti, assorbe delusioni, maneggia rabbia o tristezza, e cerca di fare di tutto ciò, il meglio che gli riesce. Per star bene, per vivere meglio, per perseguire sogni e significati, per dare senso alla propria esistenza.

E più si scava nel profondo, più cose emergono in superficie, richiedono di essere viste, ascoltate, comprese, lasciate andare. Con tempi di volta in volta diversi, con coinvolgimento diverso, con implicazioni diverse. Un processo di cui fa parte anche il corpo, veicolo e involucro, parte integrante di un tutto, che a sua volta esprime, e spesso si fa carico di portare all'esterno, di imporre alla luce ciò che dal buio affiora. 

Così è possibile, eccome, che yogi e yogini che quotidianamente si immergono in sé stessi, che quotidianamente fanno della pratica un viaggio a sondare il noto e l'ignoto, e che sono persone con quel carico di storia, di aspirazioni e di sentimenti che ci accomuna tutti, possano ammalarsi, mostrare attraverso il corpo l'evoluzione di un percorso, tortuoso e misterioso, in cui è proprio la consapevolezza ciò che potrà avvalorare il sintomo, ascoltarlo, comprenderlo... e poi lasciarlo andare.

Namasté.


lunedì 31 marzo 2014

Un affanno tra le righe...

Ieri leggevo un articolo scritto da un'americana - medico, yogini ed esperta conoscitrice di discipline olistiche - che raccontava di come un anno fa avesse scoperto di avere un tumore e di come avesse vissuto e affrontato la malattia. L'articolo, che raccontava tra l'altro della notevole presenza di spirito dell'autrice nel prendere in mano la sua situazione e, soprattutto, nello sconfiggere il male che l'aveva colpita, era tuttavia principalmente incentrato sul concetto: "Ho fatto tutto giusto, ho sempre condotto una vita sana, non ho una predisposizione genetica, non ho tenuto condotte a rischio, eppure mi sono ammalata lo stesso."
Mentre lo leggevo attentamente, non ho potuto fare a meno di scorgere una sorta di affanno: non - e sarebbe certamente stato oltremodo comprensibile, se non inevitabile forse -  in relazione alla malattia, alle cure subite, allo spavento, alla preoccupazione, ma con riguardo al suo stile di vita, al suo essere vegana, alle ore di pratica e di meditazione, alle sue conoscenze mediche allo- e omeopatiche, al suo essere molto amata e al suo molto amare, alla sua professione, alla sua schiera di amici fidati, al suo essere sempre di buonumore.
Un senso di affanno, di sforzo intenso sembrava accompagnare la descrizione delle sue scelte e delle sue abitudini, come se pur nella consapevolezza della bontà delle stesse, il rispettarle avesse costituito più una disciplina autoimposta che uno sviluppo naturale delle sue propensioni.
Si avvertiva tra le righe una sorta di attrito tra ciò che per lei era bene essere e fare, e un qualcosa nel profondo che pareva essere affaticato da questo regime. 
E così mi sono ritrovata a riflettere su qualcosa a cui ho sempre creduto: non è tanto cosa facciamo o non facciamo che fa la differenza (in questo caso in termini di prevenzione della malattia), bensì la nostra propensione spirituale, il nostro reale allineamento di anima, cuore e corpo a ciò che facciamo. La scelta più salutare può non avere effetti se ci induce a contrarci, a sforzarci, ad affannarci, se crea un attrito con il flow in cui siamo immersi. Non dico che sia questa la ragione per cui l'autrice in questione si è ammalata (sarebbe insensato, presuntuoso, pretestuoso e assolutamente privo di fondamento sostenerlo da parte mia), si tratta solo di una riflessione sorta da un feeling che il leggere le sue parole mi ha suscitato.
Come a dire: si sa che lo yoga - per parlare di quanto più conosco e mi sta a cuore - è un'attività sana e ricca di benefici, ma se una persona si accosta alla pratica solo perché sa che fa bene ma in cuor suo la vive come distante dal proprio modo di essere, ho seri dubbi che quei benefici possano davvero estrinsecarsi appieno nella vita di quella specifica persona. Anzi, l'ora di pratica potrebbe snervarla, alterarla, annoiarla, allontanarla dal proprio benessere e dal proprio sentirsi nel flow della vita e dell'esperienza. Personalmente è accaduto anche a me, sia nella pratica sia in relazione ad altre scelte salutari di vita, che mi hanno vista alla fine abbandonare certi percorsi, scoprirne altri, percorrere nuove strade, e infine, in alcuni casi, pure approdare - con nuova consapevolezza e nuova predisposizione d'animo, però, e questo non va sottovalutato - sulle strade inizialmente abbandonate perché all'epoca in distonia col mio vero essere.
C'è una cosa, credo, fondamentale in ogni scelta che compiamo: il nostro sentire più profondo. Stiamo bene? Ci sentiamo felici, soddisfatti e appagati (a praticare yoga, a scegliere un regime alimentare vegano, a meditare mezz'ora ogni mattina, a vivere a impatto zero...)? O ci sforziamo e autoimponiamo una disciplina che non ci richiede solo dell'impegno (come ogni disciplina o scelta che si rispetti) ma anche dei sacrifici che forse sono (per il momento o in questa situazione) troppo onerosi per noi? Il corpo si ammala, si sa, quando c'è una seria perturbazione del suo equilibrio, quando l'armonia del nostro essere si incrina o si altera. Il corpo, anche questo si sa, è in grado di mandarci i messaggi utili a farci riconoscere se qualcosa non va: sta alla mente coglierli, e alla nostra consapevolezza operare quelle scelte che riportino equilibrio e armonia. E la mente può riuscire a cogliere i messaggi se ascolta il cuore e le emozioni: il senso di benessere e di gioia che ci pervade quando stiamo operando in sintonia con la vita, il senso di ristrettezza e di tensione che accompagna talvolta altre nostre azioni, sebbene "sulla carta" positive e assennate.
È, alla fin fine, credo almeno, sempre e di nuovo una questione di porsi in ascolto attento, open-minded e ricettivo del nostro sentire, e di agire sulla scorta del nostro istinto e di quelle emozioni più profonde che proprio l'ascolto ha portato alla nostra piena consapevolezza.


domenica 17 febbraio 2013

Back to the body

Accade anche che, a volte, senza accorgercene, ce ne andiamo via. Via dal nostro corpo. Anche noi, abituati ad abitarlo, muoverlo, viverlo, sentirlo. Anche noi che con lo yoga abbiamo affinato le nostre capacità di stare nel corpo, di percepirne i moti più sottili, noi che conosciamo a fondo l'importanza di essere nel nostro corpo, veicolo fondamentale della nostra percezione e del nostro essere qui, ora.
Eppure, può accadere.
Perché ci perdiamo in preoccupazioni, aspettative, desideri, progetti. O perché rifuggiamo sensazioni fisiche di disagio, emozioni disturbanti o vero e proprio dolore fisico, con cui non riusciamo a stare pienamente. E viviamo solo nella mente. Con la mente riflettiamo, ponderiamo, sogniamo, pregustiamo, pianifichiamo. Nella mente ci rifugiamo, quando il corpo ci comunica dolore più o meno profondo, e mentre attendiamo che le cure facciano il loro effetto, compartimentiamo senza volerlo alcune parti di noi, le confiniamo al margine della consapevolezza, cerchiamo di non sentirle, e nel contempo, senza esserne pienamente coscienti, ci irrigidiamo, chiudiamo canali di comunicazione fondamentali, perdiamo la presenza totale, e confinati nella mente viviamo a metà. A essere ottimisti.
Se siamo fortunati però, o meglio ancora consapevoli che tutto questo può accadere, a un certo punto ci arriva qualche segnale. Il segnale del disagio fisico che, liberatosi dalle grinfie della mente, si agita, si dimena, fino ad affiorare accentuato o trasformato. Il segnale delle notti insonni, dei risvegli improvvisi, della mascella serrata, del mal di testa, di fastidi più o meno acuti. E, riconosciuto il segnale, è il momento di fare qualcosa. 
Tornare nel corpo.
Con la pratica. Praticando, con dolcezza perché magari si è deboli o comunque provati mentalmente e la pratica pare anch'essa più ostica. Accostandosi con delicatezza ai ritmi, alle asana, a savasana. Accettando che i primi momenti possano essere difficili, con il corpo irrigidito, debole, poco stabile. Ma fiduciosi. Perché può volerci qualche tempo, minuti o forse qualche giorno, ma non appena l'energia ricomincia a fluire più liberamente, il nostro corpo recupererà forze, ritmo, stabilità, fluidità. Ci sentiremo di nuovo presenti, sempre più radicati nel corpo, sempre meno prigionieri della mente. E la mente inizierà a rilassarsi, a liberarsi, a svuotarsi. La visione tornerà nitida, il mondo attorno a noi riprenderà luce, suoni, colori più vividi, immediati, reali. E di nuovo radicati a terra, potremo davvero estenderci nuovamente verso il cielo, vedere con mente serena e limpida, essere pienamente, relazionarci veramente, liberamente vivere.