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mercoledì 1 luglio 2015

Giorni di esagerata bellezza

Quei giorni in cui tutto sembra risplendere di una luce diversa. Quei giorni in cui anche le sfide più improbabili, le rinunce più noiose, i salti mortali nel caldo torrido per essere qui e altrove quasi nello stesso momento... quei giorni in cui tutto questo nulla può. 
Perché c'è davvero una bellezza esagerata nella mia vita ora, e ci sono Anime che risuonano da vicino e da lontano, abbracci che non mi lasciano mai, sguardi in cui posso perdermi per sempre, ritrovandomi. 
Parole dall'altra parte di uno schermo che sanciscono vicinanze più reali di quelle geografiche, mani invisibili che si tendono fino a toccarsi il cuore.
Sentirsi sicuri, perché una rete invisibile di amore e di rispetto ci unisce al di là del tempo e dello spazio. 
Ognuno di loro è parte di me. Chi c'è sempre, chi c'è ancora, chi c'è di nuovo, chi apparentemente è lontano... ma è qui. Qui, nel cuore. E respira in ogni mio respiro, parte di un viaggio incredibile. E non c'è dolore passato, o ferita lancinante, che possa cancellare la bellezza della presenza. Quell'esserci totale e immateriale, più reale di qualunque altra cosa. 
Le Anime gemelle - quei Sisters and Brothers che troppo facilmente sui social si tende ad inflazionare - sono poche in realtà. Sono quelle persone che conoscono la tua verità, quelle con cui non puoi fingere, perché se anche tu lo facessi, loro vedrebbero oltre. Sono quelle Anime che senti vicine a te anche quando sono a chilometri e magari ad anni di distanza. Loro respirano in te. Ogni gesto, ogni parola, ogni emozione è un tributo a ciò che condividono con te. In ogni istante. E non c'è sensazione più bella che affidarsi a questa rete di amore, di rispetto, di verità, di assoluto.


lunedì 24 marzo 2014

Chi comanda qui?

Ora di cena. La madre al figlio: "Mangia ancora qualche forchettata, dai..." Il figlio tentenna, non ha voglia. Lei insiste, e sorridendo, per calcare un po' la mano, dice: "Chi comanda qui?" E lui: "Io, per il mio corpo."

Saggezza infantile, saggezza profonda.

Io in questi giorni mi sento come quel figlio: so cosa voglio, so cosa vogliamo, ma i nostri interlocutori, professionisti del settore di cui trattasi, pensano di saperlo meglio di noi. Ora, se certamente le loro maggiori competenze tecniche e capacità immaginative sul tema non sono certamente oggetto di discussione, nel momento in cui entriamo nel campo dei gusti, delle esigenze, dei feeling, delle sensazioni ricercate, il passo indietro da parte loro credo sia doveroso. Ti interpelliamo per le tue conoscenze, per la tua abilità, per la tua capacità di tradurre visioni in realtà, ma siamo noi a interpellarti, è la nostra visione a voler essere concretizzata, e la nostra visione merita rispetto. Non sappiamo tradurla in opera senza il tuo prezioso aiuto, ma questo non ti legittima a ignorarla o a stravolgerla per fare sfoggio dei tuoi gusti, della tua fantasia, delle tue visioni. 

E' come se io accogliessi in una mia classe di yoga una persona che si aspetta di praticare ashtanga, perché desidera praticare proprio ashtanga, e cercassi di convincerla a praticare lo stile che insegno, comunque e a ogni costo. Al di là del perdere ovviamente il cliente - conseguenza più ovvia in questo caso, in altri settori magari meno scontata - mi comporterei in modo eticamente e deontologicamente discutibile. 

Chi abbiamo di fronte sa cosa vuole, e noi, professionisti di qualsivoglia settore, noi possiamo permetterci minimamente di ignorare il bagaglio di aspettative, di idee, di emozioni e di sensazioni che le persone portano con sé, e i fini a cui tendono le loro iniziative e azioni.

La frustrazione che ho provato in questi giorni, dove ogni nostra parola e ogni nostro desiderio sono parsi inascoltati, nonostante siano stati coltivati e ponderati con cura, nonostante siano ciò che le nostre menti prefigurano da anni, nonostante siano i famosi paletti entro cui i professionisti sono stati chiamati a muoversi per davvero procedere a un atto creativo, ecco, quella frustrazione, che in certi attimi mi ha resa feroce nelle mie riflessioni e osservazioni, reca con sé molteplici insegnamenti: quello, ovvio soprattutto per chi vive lo yoga, di praticare maggior distacco e maggior gentilezza d'animo; quello del valore che le nostre visioni e sensazioni hanno per ciascuno di noi: come quel bimbo che istintivamente sa di essere lui il comandante del proprio corpo (nonostante spesso a quell'età non si tratti di una realtà così autoevidente), così ognuno di noi sa nel profondo cosa cerca, cosa lo fa stare bene, quali sono le azioni e gli esiti a cui il suo essere più vero di volta in volta aspira; e quello, infine, del rispetto che noi professionisti dobbiamo a chi si rivolge a noi per le nostre competenze, e - unito al rispetto - quello dell'ascolto attento di cui è bene che diveniamo esperti praticanti, per poter davvero rendere un servizio al nostro prossimo che sia utile e appagante e che renda realmente onore alla nostra professione, qualunque essa sia.


lunedì 13 gennaio 2014

"Ciò che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla"

Ci sono dispiaceri che non si riescono a superare, dolori che ritornano, karma che si ripete, e noi  restiamo intrappolati in quei momenti in cui non sappiamo proprio come fare, lacerati tra stare e andare, tra lottare o rinunciare, decisioni rese tanto difficili dal nostro profondo coinvolgimento, dalla chimica del corpo che questi tentennamenti nutrono, dalla paura o dal desiderio, dall'ansia di prestazione o di fallimento. E proprio in questi momenti si pensa: "hai voglia a praticare il distacco, il non attaccamento, ma, quando davvero si tratta di cose importanti, non ce la si fa". 
O ce la si fa?
Volendo ce la si fa. Con tanta pazienza, tanto cuore, tanta capacità di perdonarsi per non aver saputo essere come ora avremmo voluto fossimo stati, tanta dolcezza e amore per se stessi. La situazione in sé è neutra, lo sappiamo, un accadimento, un avvenimento della vita che ci si presenta. Siamo noi a caricarla di significato per noi stessi, a nutrirla di emozioni, paure e aspettative, e quindi su di noi dobbiamo lavorare. Ma non cercando a viva forza di cambiarci, di spronarci a non guardare dentro a quel dolore, a negarlo, a superarlo al più presto, bensì provando a stare con quelle emozioni, guardarle per ciò che sono, osservarsi mentre le si vive, notare che si susseguono in noi come onde, che lentamente e inesorabilmente crescono, raggiungo l'apice tanto intollerabile, per poi calare, sedarsi e ripresentarsi dopo un po'. Essere capaci di restare su quell'onda in ogni sua fase, con la medesima attenzione alla fase più acuta, come a quelle più lieve, alle sue risalite e ridiscese, può renderci consapevoli innanzitutto che quel dolore non è fisso e immutabile, ma ha un suo ciclo di crescita e decrescita, ciclo che possiamo iniziare a osservare, per poi comprendere, e quando sarà il momento magari lasciare che ci abbandoni. Ora nella fase acuta a profonda lasciare andare forse non sarà possibile, ma con la pazienza, la capacità di vivere i momenti di bonaccia nella tempesta come attimi in cui respirare e concedersi quel momento di riposo per poter meglio affrontare la burrasca che immancabilmente si abbatterà ancora sul nostro cuore, col tempo matureremo anche la capacità di lasciare pian piano che quel dolore si allontani, che le pause tra i picchi siano sempre più ampie, tanto da diluire l'intensità del nostro vissuto. Nulla è per sempre, neanche ciò che tanto ci affligge ora, tutto scorre, tutto passa, tutto.
Respira, godi di ogni raggio di luce che i tuoi occhi riescono a scorgere, accoccolati in rituali o abitudini confortanti, e soprattutto, amati. L'intensità di ciò che provi ora è il riflesso della tua natura, della tua sensibilità, dei tuoi vissuti e delle tue esperienze, tutte cose che meritano il tuo massimo rispetto e la tua più profonda gratitudine, sono ciò che ti rendono quello che sei. Non accanirti contro te stesso, contro le scelte che ora reputi sbagliate, contro ciò che non hai fatto: è inutile. Ciò che è utile è avere fiducia in te, credere fortemente nella tua capacità di superare anche questo, e la consapevolezza profonda, che qualunque cosa sia, non sarà la fine del mondo. 
"Ciò che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla". Rinascerai da tutto questo più forte, più ricco di amore e di esperienza, avrai compiuto ancora un passo avanti nel tuo percorso di anima che in questa vita cerca di realizzare il bello e il buono con tutto il cuore e l'impegno, e che dai contrattempi piccoli o grandi sa e saprà trarre ispirazione e insegnamento.
Coraggio.
Namasté.


mercoledì 5 giugno 2013

Insieme

E di nuovo l'Universo che ci parla. Appena dopo aver scritto un post dolce-amaro sulle relazioni, trovarsi immersi nella bellezza della condivisione, traboccanti di amore per le persone belle che si ha avuto la benedizione di incontrare e di conoscere, persone belle alle quali si vorrebbe donare di più di se stessi, di più di ciò che realmente a oggi si è potuto fare. Sentirsi chiamati, sentirsi responsabili, perché è insieme che le cose si possono cambiare. "Insieme". La felicità di uno è la felicità degli altri, l'interconnessione non è concettuale, è reale. Tangibile. Siamo qui, in questo viaggio bello e infinito che si chiama vita, qui, dove si avvicendano momenti, esperienze, accadimenti. Siamo qui per vivere appieno, per avere il coraggio di guardare in faccia le storture e le brutture che ci vengono proposte e imposte da chi ancora non ha capito cosa sta accadendo e sopratutto non ha capito come ora, si proprio ora, in questo periodo storico così complesso, sia fondamentale prendere coscienza della nostra profonda connessione, corresponsabilità e umanità.
Mi inchino al potere dell'Universo di comunicare con noi in modo così chiaro e diretto, mi inchino alla mia pratica dello yoga, che mi sta conducendo su un percorso di bellezza inestimabile, mi inchino ai miei Maestri e ai miei compagni di viaggio, che mi insegnano quotidianamente la molteplicità della vita, mi inchino a chi sceglie con coraggio di percorrere la propria strada nel rispetto degli altri.
Ecco, questa chiamata a essere presenti, consapevoli, generosi, attenti, partecipi, sinceri, trasparenti, coraggiosi, autentici, questa chiamata, che è anche una grande sfida, accogliamola. E' la strada bella da percorrere, ognuno coi suoi talenti e con il proprio bagaglio di esperienze, col sorriso che anche oggi tra mille difficoltà abbiamo saputo condividere e scambiarci. Io l'accolgo, sperando di essere all'altezza, sapendo che inciamperò, magari cadrò, ma che non perderò l'entusiasmo di esserci con tutta me stessa.

mercoledì 27 febbraio 2013

Beautiful

Per ricordare che ognuno di noi ha una sua meravigliosa e particolare bellezza interiore ed esteriore che va oltre, ben al di là di tutto ciò che chiunque può permettersi di dire o di pensare.
Per ricordare che siamo proprio noi stessi a dare il potere ad altri di ferirci, anche solo a parole, e che talvolta concediamo quel potere proprio a chi ci è più vicino, o a chi vorremmo più vicino.
Per ricordare ogni giorno, ogni istante, di amarci, di credere in noi stessi, nei nostri sogni, nelle nostre capacità... no matter what they say.

Molto di più non riesco a scrivere. 

Faccio parlare un video e una canzone. Che hanno espresso tutto questo molto meglio di come posso fare io.


Coraggio. You are beautiful.

venerdì 25 gennaio 2013

Grazie vita!

Grazie a questa vita per essere così meravigliosa, così colma di occasioni per stare bene e fare del bene, così ricca di incontri, di persone, di sguardi, di "attimi senza tempo" vissuti assieme, di gioia immensa, di risate, di sorrisi complici, di possibilità di scambiarsi amore e rispetto. 
Grazie a questa vita per offirci occasioni di metterci alla prova, per consentirci di esplorare il buio e la luce, per permetterci di scegliere come rispondere alle situazioni, e anche di scegliere chi vogliamo essere e come vogliamo accogliere gli altri.
Grazie a questa vita per averci insegnato la capacità di perdonare e di saper dare una quarta o quinta possibilità, per averci donato il coraggio e la possibilità di cambiare idea, di non aver paura di essere se stessi, anzi di poter essere pienamente presenti nel proprio divenire.
Grazie a questa vita per i maestri, per in compagni di viaggio, per la felicità che si respira quando si è trovato con chi condividere il percorso più bello che ci sia.
Grazie.

martedì 25 dicembre 2012

Trasformarsi, nell'emozione

Torino. 21 dicembre 2012. Una data simbolo - anche per chi non ha creduto per un istante alle profezie Maya - perché caricata di aspettative, nominata milioni di volte, da anni lì, oggetto di un countdown tra il sacro e il profano, comunque lì, come simbolo di un'epoca difficile, da cui in fondo si ha voglia di uscire. Perché la prospettiva di una nuova era in questo momento è una prospettiva positiva, buona, auspicata.
E a Torino, quel giorno, si sono verificate belle cose. Molte belle cose. C'è stata la conferenza di Vittorio Gallese e Ludovica Lumer, c'è stato il Sentiero Umano di Solidarietà Ambientale e Artistica, c'è stato l'emozionante concerto di Ezio Bosso. Partecipare a questi eventi è stata davvero un'esperienza unica, indescrivibile, emozionante, significativa. Percorsi di crescita che si snodano, davanti a noi, infinite possibilità, che noi, esseri umani, dotati di coscienza e di consapevolezza possiamo cogliere, e, forse, dobbiamo cogliere. Stare lì e ascoltare parole colte e importanti, mani strette tra gioia e sorrisi, musica che scende nel profondo...e da quel momento non essere più gli stessi. Ecco, vivere, vivere acquista quel significato che si vorrebbe sentire così distintamente, così forte, ogni giorno, ogni istante. La mente corre spesso alle memorie di quel giorno, cerca le immagini, ritrova le emozioni, quell'aspetto viscerale che rende le esperienze realmente e profondamente trasformative. Vivere quella trasformazione è ciò che ora occupa cuore e mente, progetti che si affacciano alla consapevolezza, voglia di fare, di costruire, di cambiare. Ed è bello questo, è bello questo desiderio profondo di far parte del cambiamento, di agire, anche nel proprio piccolo, di mantenere viva e di alimentare quella scintilla di vita, quella meravigliosa scintilla che nel buio ha fatto intravedere qualcosa di grande, di magnifico e importante. Volerci essere col cuore, con tutto il Sè, essere presenti, vivi, propositivi, partecipi, autentici. Così, sì, il 21 dicembre 2012 è stata una data di svolta, e ha dato un nuovo slancio a progetti, idee e pensieri. E averlo celebrato, avere avuto l'occasione grazie alla visione di Michelangelo Pistoletto e di tutti coloro i quali hanno accolto il suo invito ad agire, a esserci, a partecipare, è stata un'esperienza cardine, un momento distinto, tangibile, nel flusso della vita, che ne ha cambiato il corso. Grazie. Perché di fronte a tutto questo c'è un sentimento di gratitudine sincero e profondo.

domenica 23 dicembre 2012

Rebirth-day


Qualche giorno fa, a Torino, nella "fatidica" data del 21.12.2012, si è celebrato il "Rebirth-day", nell’ambito di un progetto di portata planetaria ideato e promosso da Michelangelo Pistoletto, artista contemporaneo tra i più influenti, a cui hanno partecipato numerose località di tutto il mondo (per maggiori informazioni sul progetto http://www.rebirth-day.org/). 
Ho avuto anch’io l'occasione di prendere parte ad alcune delle iniziative promosse dalla Città di Torino, insieme a una mia docente universitaria (filosofa, neuroscienziata e gallerista di grandissimo spessore umano e intellettuale), a una mia amica carissima e soprattutto alla presenza di Vittorio Gallese, neuroscienziato di fama mondiale, scopritore insieme a Rizzolatti, dei neuroni specchio. Ascoltare dalla viva voce di persone di questa competenza e umanità, nella cornice incantevole di Palazzo Madama, quale possa essere il percorso di consapevolezza dell'uomo, apprendere come la neuroplasticità del cervello ci consenta di crescere e di evolvere ogni giorno, riconoscere come la nostra stessa identità non sia fissa, rigida, bensì fluida, è stato davvero interessante e illuminante. E così realizzare pienamente come noi, con la nostra capacità di metterci in relazione con gli altri, con l'ambiente e con noi stessi, possiamo davvero cambiare questo mondo, e come l'arte, la cultura e la consapevolezza possano e debbano essere il motore della rinascita dell'umanità. 
Poco dopo in Piazza Castello abbiamo partecipato tutti insieme al Sentiero Umano di Solidarietà Ambientale e Artistica, una catena umana che alle ore 12.21 ha collegato per tre minuti le città di Torino e di Susa, città di origine della famiglia di Pistoletto, per un percorso lungo più di 50km. Il superamento dello spazio-tempo in un gesto simbolico, che ha coinvolto scuole materne, Università, Forze dell’Ordine, cittadini comuni… tutti uniti nella mani e nel pensiero... mentre da qualche parte lungo la catena vibrava anche l'Om.... 
E poi... in una sala meravigliosa di Palazzo Reale, illuminata dal sole di mezzogiorno, Ezio Bosso, musicista e compositore incredibile, tornato a suonare dopo una lunga malattia, ha eseguito musiche di rara bellezza, intense, coinvolgenti, che ci hanno suscitato applausi infiniti. Vederlo suonare e trasformarsi divenendo tutt'uno con il suo pianoforte, con la sua musica, con i suoi musicisti che lo accompagnavano, vederlo e sentirlo divenire musica, insieme a noi, in una sala in cui l'energia cresceva col crescere del nostro coinvolgimento, del nostro essere tutti lì, "in ogni attimo di tempo", insieme, uniti in un'unica vibrazione, è stata un'esperienza emozionante, unica, indescrivibile. 
È stato un giorno meraviglioso, arricchente, durante il quale vicinanza e comunione di intenti, affetto sincero e stima profonda, sorrisi e fiducia nel futuro dell'umanità, hanno permeato l'atmosfera. E, in quell'atmosfera, scienza e arte, salute e malattia, istituzioni e cittadini, giovani e anziani, bambini (ce n'erano moltissimi) e scienziati di fama mondiale, hanno celebrato la vita, la bellezza della vita, le infinite possibilità della vita. 

mercoledì 14 novembre 2012

Affidarsi alla gentilezza

Essere gentili. Il suono stesso della parola "gentile" evoca morbidezza, delicatezza, fluidità. 
La gentilezza come qualità dell'agire e del pensare, intrinseca allo yama della "non violenza" (ahimsa). Come trasmessoci da Patanjali negli Yoga Sutra, yama è l'attitudine verso gli altri, verso le persone e gli esseri viventi in genere. Ma "gli altri siamo noi" e quella stessa qualità è bene rivolgerla anche verso noi stessi. Troppo spesso ci si preoccupa, o talvolta ci si sforza, di essere gentili verso gli altri e ci si dimentica di esserlo verso se stessi. 
Eppure è dalla capacità di rispettare e di accudire in primo luogo se stessi che scaturisce la profonda capacità di rivolgere agli altri azioni e pensieri realmente gentili. "Ama il prossimo tuo come te stesso". Parole profonde, universalmente note e ripetute tante volte, ma di cui a volte si tende a sottolineare l'aspetto altruistico e a ignorare o a sottovalutare quello apparentemente egoistico. Si da forse per scontato che l'amore verso se stessi sia sempre più grande. Forse lo è, o spesso lo è. Ma nel contempo, forse, la qualità di quell'amore verso se stessi non è così totale, così morbida e accogliente come potrebbe essere. Quante volte ci critichiamo, quante volte non ci prendiamo cura del nostro corpo, quante volte ne ignoriamo i segnali, quange volte ci autoinfliggiamo sofferenza rimuginando su preoccupazioni e delusioni, quante volte non rispettiamo i nostri tempi, le nostre esigenze, la nostra natura? 
E qui si rivela l'importanza dell'ascolto. Ascoltare l'altro, le sue esigenze, per poter essere realmente gentili verso di lui. Ascoltare se stessi, per poter essere realmente gentili verso il sè. Senza l'ascolto non ci sono lo spazio e l'attenzione per cogliere davvero quello che c'è e quello che serve. L'ascolto, l'osservazione amorevole e non giudicante sono alla base della possibilità di essere realmente gentili. Noi stessi siamo sempre presenti nelle nostre vite. Noi siamo sempre con noi. E quindi verso di noi abbiamo la possiiblita di praticare costantemente, sempre e in ogni luogo, la gentilezza. Perché anche la gentilezza abbisogna della pratica per crescere, estrinsecarsi, evolversi nella pienezza delle sue possibilità. 
La pratica dello hatha yoga, delle asana, anche in questo è preziosa: sul tappetino abbiamo occasione di essere gentili verso noi stessi. Le difficoltà con cui l'esecuzione di un'asana può confrontarci, le resistenze o le aspettative che l'accompagnano, i fastidi fisici o il desiderio di forzare che a volte avvertiamo, sono tutte occasioni che lo yoga ci offre per praticare la gentilezza verso noi stessi. Ascoltare noi stessi. Non giudicare noi stessi. Rispettare noi stessi. In una parola: Amarci.


P.s.: ...e navigando oggi (perché ieri non se ne è avuto modo) apprendere che ieri era la giornata mondiale della gentilezza... e scoprire ancora una volta come tutto è Uno, come siamo tutti profondamente interconnessi... che l'ispirazione a scrivere oggi di gentilezza era "in the air"... Grazie della meraviglia di tutto questo.

venerdì 26 ottobre 2012

"Est modus in rebus"

O del come ci approcciamo alle cose.
Dalla gestualità, al tono di voce, alle parole, ai pensieri, allo sguardo.
Ogni volta che entriamo in contatto con qualcosa, il come fa la differenza. L'attitudine che guida e accompagna il nostro accostarci alle persone, agli eventi, alle situazioni, alla natura, alle attività, all'incontro. Il come e le sue sfumature, il suo modo unico di declinarsi in ognuno di noi. Quel come così tanto influenzato dall'umore, dalle aspettative, dalle idee, dai pregiudizi, dalle convenzioni sociali, dall'ambiente e dalla situazione stessa. Quel come di cui a volte andiamo fieri e di cui a volte ci vergogniamo. Quel come che può ferire o vivificare, banalizzare o stupire.
Lo Yoga ci guida anche in questo. Il modo in cui ci invita ad accostarci alla pratica, al movimento del nostro corpo, è emblematico. Lo sguardo non giudicante su noi stessi, l'accettazione del nostro corpo e della sua mobilità di oggi, del "qui e ora", la tolleranza verso la nostra mente quando proprio non riesce ad acquietarsi, la serenità di fronte a quell'asana che non ci viene, al colpo di tosse che sembra infrangere la quiete di savasana, alla competitività che qualche volta ci porta a forzare i nostri limiti. E quello stesso sguardo rivolto a chi pratica accanto a noi, quella stessa morbidezza e flessibilità, accettazione e comprensione.
L'invito che lo Yoga ci rivolge di accetare, amare, comprendere, ascoltare, guardare, di sospendere il giudizio e accostarci con meraviglia e attenzione alle asana, alla pratica, al nostro corpo, alla nostra mente, al fluire del respiro e dell'energia, quell'invito è un invito a vivere così la nosta vita, ad accostarci a essa e alle persone e alle situazioni che la popolano con quest'attitudine. Che poi diventa abitudine, abitudine al rispetto, alla meraviglia, alla serenità. 

venerdì 19 ottobre 2012

Chiudere gli occhi

Chiudere gli occhi.
Un gesto apparentemente semplice, il movimento delle palpebre a coprire morbidamente i nostri occhi. Lo compiamo ogni sera prima di addormentarci, lo facciamo sdraiati sotto il sole, avviene magari ascoltando un brano musicale, e anche in savasana, quando meditiamo o quando entriamo profondamente in noi durante l'esecuzione di un'asana.
Un gesto naturale, spontaneo, rassicurante. Ma non così scontato. Chiudere gli occhi comporta perdita di controllo su ciò che avviene intorno a noi, implica abbandonarsi con fiducia agli altri sensi e al mondo intorno a noi, amplifica le immagini del nostro mondo interiore, richiede di lasciarsi andare durante la pratica e di affidarsi al maestro che la conduce. Proprio per questo è un gesto che può riuscire difficile, creare resistenze e tensioni, evocare paure, suscitare disagio. Possono manifestarsi così reazioni ed emozioni che hanno un radicamento profondo e possono risultare fortemente spiacevoli. 
Ci vuole rispetto anche nel proporre di chiudere gli occhi. Rispetto della persona e del suo sentire, e accettazione del possibile disagio che questo movimento, così piccolo ma così carico di valori simbolici, può provocare in chi pratica insieme a noi. Abbandonarsi alla pratica, al movimento fisico e psichico che la pratica elicita e amplifica, è una sensazione forte, che può necessitare di contenimento. Il tempo fisico e psichico di ognuno di noi è diverso. Anche per chiudere gli occhi.