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domenica 28 settembre 2014

Waiting for the stars to shine...

Le cerco e non le trovo.
Scruto in alto, qualche lucina soffusa mi sorride, offuscata dal bagliore della città che si proietta in alto, sfumando tutto con un velo pallido.
Ho nostalgia, lo ammetto, tanta e terribile, di quelle notti d'estate trascorse con il naso all'insù, la testa sprofondata nelle braccia conserte dietro la testa, lo sguardo che si inoltra nelle profondità e si avventura lontano, attratto dalle luci scintillanti e dal buio più profondo.
Ho nostalgia del tempo che si dilata all'infinito, della mente che si placa, dello stupore che si fa largo, del senso di immensità che mi invade sollevandomi da terra, sciogliendomi nel Tutto.
Ho nostalgia del vento che accarezza il volto, del rumore del mare, del bisbigliare delle fronde, delle sinfonie sempre nuove, sempre armoniche, che la natura ci dona, colmando il silenzio, per poi sfumare per farcelo sentire, davvero, il silenzio.
Ho nostalgia del sentirmi piccola piccola sotto il cielo immenso, perché quel sentirsi piccoli è in fondo un sentirsi grandi, della stessa materia di cui sono fatte le stelle.
Osservo le mie mani sulla tastiera, guardo lo schermo, sento il clic-clic dei tasti... 
Ascoltare il mio cuore, dargli voce, è già tanto, è essere consapevole, è riconoscere un sentimento che mi pervade, è sapere che sento una mancanza, è cercare di colmarla.
Le cerco lassù, tra i bagliori della città, e non le trovo. 
E allora oggi sono rimasta quaggiù, ho comprato il biglietto, mi sono seduta... e saran solo proiezioni, saran solo foto... ma hanno rinsaldato la mia volontà di continuare a cercarle, di sentirle vive e vibranti nella mia vita, di scrutare il cielo, di assorbirne la luce, di sondarne le profondità.


Un pomeriggio al planetario...
Waiting for the stars to shine.


lunedì 31 marzo 2014

Un affanno tra le righe...

Ieri leggevo un articolo scritto da un'americana - medico, yogini ed esperta conoscitrice di discipline olistiche - che raccontava di come un anno fa avesse scoperto di avere un tumore e di come avesse vissuto e affrontato la malattia. L'articolo, che raccontava tra l'altro della notevole presenza di spirito dell'autrice nel prendere in mano la sua situazione e, soprattutto, nello sconfiggere il male che l'aveva colpita, era tuttavia principalmente incentrato sul concetto: "Ho fatto tutto giusto, ho sempre condotto una vita sana, non ho una predisposizione genetica, non ho tenuto condotte a rischio, eppure mi sono ammalata lo stesso."
Mentre lo leggevo attentamente, non ho potuto fare a meno di scorgere una sorta di affanno: non - e sarebbe certamente stato oltremodo comprensibile, se non inevitabile forse -  in relazione alla malattia, alle cure subite, allo spavento, alla preoccupazione, ma con riguardo al suo stile di vita, al suo essere vegana, alle ore di pratica e di meditazione, alle sue conoscenze mediche allo- e omeopatiche, al suo essere molto amata e al suo molto amare, alla sua professione, alla sua schiera di amici fidati, al suo essere sempre di buonumore.
Un senso di affanno, di sforzo intenso sembrava accompagnare la descrizione delle sue scelte e delle sue abitudini, come se pur nella consapevolezza della bontà delle stesse, il rispettarle avesse costituito più una disciplina autoimposta che uno sviluppo naturale delle sue propensioni.
Si avvertiva tra le righe una sorta di attrito tra ciò che per lei era bene essere e fare, e un qualcosa nel profondo che pareva essere affaticato da questo regime. 
E così mi sono ritrovata a riflettere su qualcosa a cui ho sempre creduto: non è tanto cosa facciamo o non facciamo che fa la differenza (in questo caso in termini di prevenzione della malattia), bensì la nostra propensione spirituale, il nostro reale allineamento di anima, cuore e corpo a ciò che facciamo. La scelta più salutare può non avere effetti se ci induce a contrarci, a sforzarci, ad affannarci, se crea un attrito con il flow in cui siamo immersi. Non dico che sia questa la ragione per cui l'autrice in questione si è ammalata (sarebbe insensato, presuntuoso, pretestuoso e assolutamente privo di fondamento sostenerlo da parte mia), si tratta solo di una riflessione sorta da un feeling che il leggere le sue parole mi ha suscitato.
Come a dire: si sa che lo yoga - per parlare di quanto più conosco e mi sta a cuore - è un'attività sana e ricca di benefici, ma se una persona si accosta alla pratica solo perché sa che fa bene ma in cuor suo la vive come distante dal proprio modo di essere, ho seri dubbi che quei benefici possano davvero estrinsecarsi appieno nella vita di quella specifica persona. Anzi, l'ora di pratica potrebbe snervarla, alterarla, annoiarla, allontanarla dal proprio benessere e dal proprio sentirsi nel flow della vita e dell'esperienza. Personalmente è accaduto anche a me, sia nella pratica sia in relazione ad altre scelte salutari di vita, che mi hanno vista alla fine abbandonare certi percorsi, scoprirne altri, percorrere nuove strade, e infine, in alcuni casi, pure approdare - con nuova consapevolezza e nuova predisposizione d'animo, però, e questo non va sottovalutato - sulle strade inizialmente abbandonate perché all'epoca in distonia col mio vero essere.
C'è una cosa, credo, fondamentale in ogni scelta che compiamo: il nostro sentire più profondo. Stiamo bene? Ci sentiamo felici, soddisfatti e appagati (a praticare yoga, a scegliere un regime alimentare vegano, a meditare mezz'ora ogni mattina, a vivere a impatto zero...)? O ci sforziamo e autoimponiamo una disciplina che non ci richiede solo dell'impegno (come ogni disciplina o scelta che si rispetti) ma anche dei sacrifici che forse sono (per il momento o in questa situazione) troppo onerosi per noi? Il corpo si ammala, si sa, quando c'è una seria perturbazione del suo equilibrio, quando l'armonia del nostro essere si incrina o si altera. Il corpo, anche questo si sa, è in grado di mandarci i messaggi utili a farci riconoscere se qualcosa non va: sta alla mente coglierli, e alla nostra consapevolezza operare quelle scelte che riportino equilibrio e armonia. E la mente può riuscire a cogliere i messaggi se ascolta il cuore e le emozioni: il senso di benessere e di gioia che ci pervade quando stiamo operando in sintonia con la vita, il senso di ristrettezza e di tensione che accompagna talvolta altre nostre azioni, sebbene "sulla carta" positive e assennate.
È, alla fin fine, credo almeno, sempre e di nuovo una questione di porsi in ascolto attento, open-minded e ricettivo del nostro sentire, e di agire sulla scorta del nostro istinto e di quelle emozioni più profonde che proprio l'ascolto ha portato alla nostra piena consapevolezza.


lunedì 24 marzo 2014

Chi comanda qui?

Ora di cena. La madre al figlio: "Mangia ancora qualche forchettata, dai..." Il figlio tentenna, non ha voglia. Lei insiste, e sorridendo, per calcare un po' la mano, dice: "Chi comanda qui?" E lui: "Io, per il mio corpo."

Saggezza infantile, saggezza profonda.

Io in questi giorni mi sento come quel figlio: so cosa voglio, so cosa vogliamo, ma i nostri interlocutori, professionisti del settore di cui trattasi, pensano di saperlo meglio di noi. Ora, se certamente le loro maggiori competenze tecniche e capacità immaginative sul tema non sono certamente oggetto di discussione, nel momento in cui entriamo nel campo dei gusti, delle esigenze, dei feeling, delle sensazioni ricercate, il passo indietro da parte loro credo sia doveroso. Ti interpelliamo per le tue conoscenze, per la tua abilità, per la tua capacità di tradurre visioni in realtà, ma siamo noi a interpellarti, è la nostra visione a voler essere concretizzata, e la nostra visione merita rispetto. Non sappiamo tradurla in opera senza il tuo prezioso aiuto, ma questo non ti legittima a ignorarla o a stravolgerla per fare sfoggio dei tuoi gusti, della tua fantasia, delle tue visioni. 

E' come se io accogliessi in una mia classe di yoga una persona che si aspetta di praticare ashtanga, perché desidera praticare proprio ashtanga, e cercassi di convincerla a praticare lo stile che insegno, comunque e a ogni costo. Al di là del perdere ovviamente il cliente - conseguenza più ovvia in questo caso, in altri settori magari meno scontata - mi comporterei in modo eticamente e deontologicamente discutibile. 

Chi abbiamo di fronte sa cosa vuole, e noi, professionisti di qualsivoglia settore, noi possiamo permetterci minimamente di ignorare il bagaglio di aspettative, di idee, di emozioni e di sensazioni che le persone portano con sé, e i fini a cui tendono le loro iniziative e azioni.

La frustrazione che ho provato in questi giorni, dove ogni nostra parola e ogni nostro desiderio sono parsi inascoltati, nonostante siano stati coltivati e ponderati con cura, nonostante siano ciò che le nostre menti prefigurano da anni, nonostante siano i famosi paletti entro cui i professionisti sono stati chiamati a muoversi per davvero procedere a un atto creativo, ecco, quella frustrazione, che in certi attimi mi ha resa feroce nelle mie riflessioni e osservazioni, reca con sé molteplici insegnamenti: quello, ovvio soprattutto per chi vive lo yoga, di praticare maggior distacco e maggior gentilezza d'animo; quello del valore che le nostre visioni e sensazioni hanno per ciascuno di noi: come quel bimbo che istintivamente sa di essere lui il comandante del proprio corpo (nonostante spesso a quell'età non si tratti di una realtà così autoevidente), così ognuno di noi sa nel profondo cosa cerca, cosa lo fa stare bene, quali sono le azioni e gli esiti a cui il suo essere più vero di volta in volta aspira; e quello, infine, del rispetto che noi professionisti dobbiamo a chi si rivolge a noi per le nostre competenze, e - unito al rispetto - quello dell'ascolto attento di cui è bene che diveniamo esperti praticanti, per poter davvero rendere un servizio al nostro prossimo che sia utile e appagante e che renda realmente onore alla nostra professione, qualunque essa sia.


domenica 14 luglio 2013

Cose che ho imparato

A dire sì alla vita, nelle sue manifestazioni più incredibili e imprevedibili. A non avere limiti, limiti nell'essere o nell'amare, nel pensare o nel fare. A vedere il bello vero nelle cose più strane. Ad amare la moltitudine di umanità che incontro. A imparare dai miei maestri, tutti, sopratutto dal mio barman del cuore, dagli amici ritrovati, dal mio Maestro di yoga. A non credere solo alle apparenze, certo, ma a fidarmi dei miei feelings, che fino a prova contraria ci pigliano sempre. A stringere amicizie improbabili, ché talvolta da quelle escono le cose migliori. A lasciare andare... anche le persone che vorrei ancora con me. A essere liquida, che è il motivo per cui pratico tanto. A rendermi conto che la strega l'ho materializzata io, e ora sarà meno facile che se ne vada. Ma anche che se ne andrà, che le streghe non restano per sempre. A fidarmi del mio istinto, del mio cuore, del mio corpo. A fidarmi delle persone che mi risuonano nel profondo. Ad appoggiarmi agli amici di sempre, a quelli così veri e belli che quando li vedi ti commuovi dalla gioia. Ad ascoltare, un po' di più. A dubitare, ma con tranquillità. A essere felice di quella felicità che nasce da dentro. A sentirmi protetta dalla mia super-squadra. A leggere gli occhi, e a saperli leggere proprio bene. A guardare tutto con uno sguardo laterale, col pensiero laterale, da centro a centro, però. A capire che prima divento "o tutto o niente" e  poi, e solo poi, modulo e a mixo: sono fatta così, me ne son fatta una ragione. A non aspettarmi che questa ragione se la facciano anche gli altri. Ad amare il "mix&match" di ogni cosa, perché quando mixo, e mixo sempre, non mi ferma più nessuno. A essere leggera, di quella leggerezza che fa sentire così wow! Ad amare i miei mille stili, mille gusti, mille pensieri. A sentirmi sicura. A sentirmi bene davvero.
Cose che ho imparato, in questa vita; cose, molte, che ho affinato in questi primi sei mesi del 2013... sei mesi di memorabile bellezza.

mercoledì 12 giugno 2013

Respiriamo l'incanto, sciogliamoci nella bellezza

Alle mie spalle lo stereo. Le casse diffondono musica. Musica scelta accuratamente. La musica del ricordo, la musica del calore, la musica che evoca emozioni vicine ma sopratutto lontane. Quella musica che non ascoltavo da troppo tempo, e che ora risuona, mi avvolge, mi trasporta, mi stringe nell'abbraccio della dolcezza e della meraviglia.
Giorni, questi, di bellezza infinita. Giorni di fluidità, di capacità di lasciarsi fluire. Giorni di progetti, di sogni, di possibilità. Giorni di dolcezza negli sguardi, giorni di chiarezza e di coraggio. Giorni di condivisione, di amicizia e di parole belle. Giorni di lacrime di gioia che sgorgano inspiegabili. Giorni di ascolto, dell'altro e del corpo. Giorni dell'estate, che ora è qui. Giorni in cui sappiamo che qui, a portata di mano, davanti a noi c'è il nuovo, il cambiamento, in questo mondo bello di infinite possibilità.
E le note mi trasportano, la voce vibrante accarezza la mia pelle ricordando estati di mare e di stelle, di pigro oziare sul divano guardando le nuvole, sognando i sogni adolescenti, e poi il profumo di mirto, e il ricordo di amici lontani, pietre miliari del percorso della vita, ormai cristalli preziosi nella memoria. E poi il ricordo di chi, come fuggevole cometa, ha attraversato il cielo. E le sensazioni, di nuovo così vive, così intense. Un mondo emotivo sopito che si risveglia e danza sulle note della sua musica, di ritmi e parole evocative in cui si riconosce, e sentire che ogni cosa vera resta in noi, con la sua verità, la sua intensità, la sua importanza. Perché di questo, anche e soprattutto, siamo fatti: delle nostre emozioni iscritte nel profondo del nostro corpo. E benedire l'istante in cui si è scelto di ascoltarlo, quel corpo, che non voleva uscire, ora, voleva stare a casa. E poi ha scelto per noi, ha scelto di cercare quel cd, di accendere il pc, di comunicare questo incanto. L'incanto di ritrovarsi in un mondo così denso, così vivo, così presente, così ricco. Non di ricordi sterili o di immagini, ma di sensazioni fisiche e tangibili, di vissuti che ci accompagnano, silenti, ma che basta un attimo per risvegliare. 
Incanto e meraviglia davanti alla nostra bellezza di essere umani, dotati di tanta grazia e di tanto potere. Siamo esseri meravigliosi, sappiamo creare bellezza all'altezza della Natura che ci ospita e che ci tollera. Possiamo tanto, siamo tanto. E col cuore in tumulto dalla gioia, la pelle che risuona con le vibrazioni che l'attraversano, sentirsi, di nuovo e sempre, Uno col tutto, Uno con chi ha attraversato la nostra vita colmandola di significato e chi ancora intreccia il suo cammino con il nostro in questa danza stupefacente che si chiama Vita.
Namasté.

domenica 17 febbraio 2013

Back to the body

Accade anche che, a volte, senza accorgercene, ce ne andiamo via. Via dal nostro corpo. Anche noi, abituati ad abitarlo, muoverlo, viverlo, sentirlo. Anche noi che con lo yoga abbiamo affinato le nostre capacità di stare nel corpo, di percepirne i moti più sottili, noi che conosciamo a fondo l'importanza di essere nel nostro corpo, veicolo fondamentale della nostra percezione e del nostro essere qui, ora.
Eppure, può accadere.
Perché ci perdiamo in preoccupazioni, aspettative, desideri, progetti. O perché rifuggiamo sensazioni fisiche di disagio, emozioni disturbanti o vero e proprio dolore fisico, con cui non riusciamo a stare pienamente. E viviamo solo nella mente. Con la mente riflettiamo, ponderiamo, sogniamo, pregustiamo, pianifichiamo. Nella mente ci rifugiamo, quando il corpo ci comunica dolore più o meno profondo, e mentre attendiamo che le cure facciano il loro effetto, compartimentiamo senza volerlo alcune parti di noi, le confiniamo al margine della consapevolezza, cerchiamo di non sentirle, e nel contempo, senza esserne pienamente coscienti, ci irrigidiamo, chiudiamo canali di comunicazione fondamentali, perdiamo la presenza totale, e confinati nella mente viviamo a metà. A essere ottimisti.
Se siamo fortunati però, o meglio ancora consapevoli che tutto questo può accadere, a un certo punto ci arriva qualche segnale. Il segnale del disagio fisico che, liberatosi dalle grinfie della mente, si agita, si dimena, fino ad affiorare accentuato o trasformato. Il segnale delle notti insonni, dei risvegli improvvisi, della mascella serrata, del mal di testa, di fastidi più o meno acuti. E, riconosciuto il segnale, è il momento di fare qualcosa. 
Tornare nel corpo.
Con la pratica. Praticando, con dolcezza perché magari si è deboli o comunque provati mentalmente e la pratica pare anch'essa più ostica. Accostandosi con delicatezza ai ritmi, alle asana, a savasana. Accettando che i primi momenti possano essere difficili, con il corpo irrigidito, debole, poco stabile. Ma fiduciosi. Perché può volerci qualche tempo, minuti o forse qualche giorno, ma non appena l'energia ricomincia a fluire più liberamente, il nostro corpo recupererà forze, ritmo, stabilità, fluidità. Ci sentiremo di nuovo presenti, sempre più radicati nel corpo, sempre meno prigionieri della mente. E la mente inizierà a rilassarsi, a liberarsi, a svuotarsi. La visione tornerà nitida, il mondo attorno a noi riprenderà luce, suoni, colori più vividi, immediati, reali. E di nuovo radicati a terra, potremo davvero estenderci nuovamente verso il cielo, vedere con mente serena e limpida, essere pienamente, relazionarci veramente, liberamente vivere.

sabato 19 gennaio 2013

"Ora"

Letto l'articolo e, soprattutto, visto il video. Queste sono le cose belle da vedere, da ascoltare, da condividere, da diffondere.

e ora a scuola con Jovanotti


sabato 12 gennaio 2013

Non fermare la mente in nessun luogo...

Il mondo ci parla. Continuamente. L'universo è in costante, profonda comunicazione con ognuno di noi, ci invia messaggi, più o meno chiari e intelleggibili, ma comunica con noi. E ciò che ha da comunicarci ha sempre un grande valore. E in questo contesto emerge, ancora e di nuovo, l'importanza dell'ascolto, qualità indispensabile, fondamentale nel nostro relazionarci col mondo, e con noi stessi. Ma si palesa anche la rilevanza del coraggio. Perchè a volte ci vuole coraggio nel cogliere il valore pieno di ciò che ci viene comunicato, e ancor più, dopo averlo inteso, nel scegliere come agire, come muoversi, da lì in poi. Scegliere se affidarsi al nuovo o se preferire ignorare la comunicazione. Ascolto, coraggio, presenza. La presenza a se stessi. Esserci, mentre si ascolta, esserci davvero, pienamente centrati, mentre si coglie la profondità del messaggio, esserci completamente con i sensi, le emozioni, la mente. Esserci senza pregiudizi e preconcetti, pronti ad accogliere le nostre risposte, i moti dell'anima e del corpo, l'emergere delle emozioni. Liberi quindi di ascoltare, di ascoltarci e di scegliere. E poi lasciarsi andare, affidarsi all'universo e a sè, concedersi di pienamente entrare nell'esperienza, nell'inconoscibile, se è ciò che abbiamo scelto, fluire. Con presenza. Perchè l'universo non smette di comunicare, e nella fluidità e mutevolezza è importante cogliere le vibrazioni, restare ricettivi, aperti, in costante interscambio e comunicazione con il Tutto. Così, anche compiuta la scelta, ogni cosa nuovamente ha da essere e divenire, e in ogni istante essere pronti al mutamento, pronti all'ascolto, alla scelta, a lasciare andare. Senza fermare la mente in nessun luogo. Senza aspettative, attese, proiezioni. Vivendo, assaporando, stando nell'esperienza, così com'è. E nello "stare" cogliere il mutamento incessante, fluire con esso, insieme a esso mutare, con mente libera, cuore aperto, presenza constante.

domenica 30 dicembre 2012

Ispirazioni: "August Rush - La musica nel cuore"

"Solo alcuni di noi lo sentono?"
"Solo alcuni di noi ascoltano."
In questo botta e risposta tra Evan/August e Il Mago tutta l'essenza della vita. 
Già, perché ciò che davvero fa la differenza è ascoltare. Se ascolti puoi percepire, comprendere, vivere con un'intensità e una profondità nuove, diverse. Ciò che può apparire miracoloso, anomalo se si ascolta davvero si rivela naturale, spontaneo, ubiquitario, accessibile. Imparare ad ascoltare e a coltivare la qualità dell'ascolto ci consente di accedere a un mondo nuovo, diverso, per restando qui, nel mondo a noi conosciuto.
Coltivare l'ascolto, attraverso lo yoga ad esempio. Lo yoga che ci esorta ad ascoltare corpo e mente, sensazioni fisiche, emotive, sottili. 
E perseguire l'ispirazione. Ispirarsi, in ogni modo a noi più consono, per andare oltre, squarciare non solo il velo di Maya, dell'inconsapevolezza, ma anche dell'abitudine, del nostro guardare attraverso aspettative, preconcetti, presupposti, credenze. L'arte in questo, insieme alle pratiche spirituali, allo yoga, alle arti marziali e alla contemplazione della Natura, è via maestra, percorso privilegiato. Le emozioni evocate da un dipinto, la magnificenza comunicata da architettura e scultura, la trascendenza insita nella musica... Ogni forma d'arte ci può aprire gli occhi, può introdurci in quella sfera del possibile, che poi è culla del nuovo, dello sviluppo, della crescita. Ma in realtà, tutto è già qui, siamo noi a non vederlo. Come dice ancora Evan/Agust "La musica è intorno a noi. Non bisogna fare altro che ascoltare." E una volta che si è ascoltato, accedere a quella dimensione è più agevole, e sempre più alla nostra portata. Basta ascoltare, basta davvero ascoltare, liberi da ogni preconcetto di come dovrebbe o potrebbe essere, perché ciò che è davvero è meraviglia, così grande da superare ogni nostra attesa, ogni nostra idea.
Non bisogna far altro che ascoltare.