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giovedì 22 maggio 2014

Il battito dell'anima

E oggi voglio dirvi com'è. Com'è che in mezzo alle difficoltà, alla confusione, all'incertezza, ai dubbi, ai contrattempi si può essere felici. Com'è che nonostante il batticuore e i mal di testa, il fiato corto e la stanchezza, ci si può sentire leggeri. Leggeri dentro, colmi di quella luce che anche nel frastuono dei pensieri e degli eventi riesce a farsi strada, e col suo bagliore a darti il sorriso. Quel sorriso quieto e quegli occhi brillanti che sanno di gioia profonda, di un senso di compiutezza, di destino, di possibilità, di verità.
Ognuno lo sa, lo sente, cos'è che davvero gli apre il cuore, e gli dona la vita, lo stimolo, il drive, per  credere, per mettersi in gioco, per tentare - ancora e ancora -  e per riuscire - sempre e di nuovo. Un passo in più, anche solo un soffio in più, ma è vita che palpita a quel ritmo che è solo nostro, solo tuo. Il battito della tua Anima.
Il battito della mia è lo Yoga. Nel senso più ampio, nobile e puro del termine. È lo yoga nelle sue forme, fisiche e astratte, nel suo potenziale di benessere e di cura, nel suo essere un approccio alla vita, e un appiglio a cui ancorare, talvolta, quella vita.
Nella confusione totale, in un momento in cui il turbinio della mente non accennava a calmarsi - non nel profondo, almeno - mi capita tra le mani un libro, uno dei miei tanti libri, di yoga. Sbadatamente lo sfoglio, le immagini, le parole, la carta... la quiete profonda. Eccola, la mente che si calma. Perché vedendo lì, stampato "nero su bianco" (in realtà sono immagini e scritte variopinte, una danza di colori armoniosi) ciò che quotidianamente faccio, ciò che insaziabilmente studio e sperimento, ciò per cui oltrepasso ostacoli, interiori ed esteriori, ciò per cui sento di mettermi in gioco, con passione e dedizione,  nel vedere rispecchiato lì tutto questo, il respiro rallenta e la mente si rischiara, il cuore si colma di gioia, il sorriso riaffiora, e quelle difficoltà, quell'incertezza, quella confusione, quei contrattempi sfumano in uno sfondo indistinto. Perché "io sono qui, come posso perdermi?". Sono qui, io, ed è qui, dentro me, quell'essenza che è il battito della mia Anima.
Così, tu, ascolta il tuo di battito, qualunque esso sia. E a lui ritorna, sempre, nei momenti di confusione e di incertezza soprattutto, e a lui affidati con serenità e fiducia. Quel battito ti porterà a destinazione, qualunque essa sia. E prosegui il tuo viaggio con fiducia e serenità, passo dopo passo, attimo dopo attimo. E vivi nel presente, e nel presente resta connesso al tuo battito. Ti porterà ovunque tu voglia andare. Leggero. Tranquillo. Felice.


martedì 6 maggio 2014

...un titolo non c'è...

Allo sportello. L'impiegato scorge il mio testo di psicologia. E mi dice: "Lei ha davanti a sé un caso grave, ma per davvero."
Segue un racconto di una caduta in un baratro che non pare avere fondo, di un corpo che perde peso e massa, di un'ansia che attanaglia fino a soffocare, fino a non consentire a un uomo di bere un sorso d'acqua. L'angoscia, la morte lì a un passo. E poi... uno psichiatra, di quelli bravi davvero, col suo team di psicologi, di quelli preparati e dediti davvero, un ricovero - esperienza dura - per sottrarre un uomo a una famiglia che lo sta soffocando e tenerlo lì, in un luogo dove somministrargli le cure. E quattro mesi per un recupero, tosto e impegnativo, segnato da attimi di terrore vero... Ma lui è qui. Al lavoro. Mi racconta tutto questo col volto segnato, due occhi chiari intensi e sinceri, il sorriso di chi ha visto il peggio, ha toccato il fondo, e ora guarda alla vita con sguardo nuovo, e, come spesso si dice e lui stesso mi ha confermato, con un nuovo senso dell'importanza delle cose. Mentre parla e intanto ultima la mia pratica, sento addosso a noi gli sguardi infuocati e spazientiti delle (poche, per la verità) persone in coda, ma non mi importa, tantomeno a lui.
Poi mi guarda, di nuovo, attentamente, e mi dice: "Lei si sta preparando per un lavoro importante, molto. Difficile, molto. Lo faccia con coscienza, serietà e il massimo impegno possibile". 
Credo sarà una conversazione che non dimenticherò mai. 
Lo sguardo, l'intensità, la dolcezza con cui mi raccontava di come rinunciasse al suo diritto di scendere a prendere un caffè per non urtare la sensibilità dei suoi compagni di reparto che invece non potevano, del breve racconto dei suoi rapporti coi compagni di stanza, della disperazione, del buio, della rinascita... mi resteranno impressi per sempre. 
"Potrei non raccontare tutto ciò in giro, lo so, ma invece lo faccio. Perché è importante. Importante sapere che può succedere, ma che se ne può anche uscire. Non è facile, ma a me è successo. Sono qui. E sono rinato."


venerdì 4 aprile 2014

La rivoluzione silenziosa

La rivoluzione silenziosa. Quella che ha luogo dentro di te quando vengono assimilate nuove consapevolezze, nuove concezioni del mondo, nuove realizzazioni. La rivoluzione che progredisce lentamente, che a fatica si fa strada tra quella coltre di condizionamenti e di convinzioni radicate, ma fino a oggi mai realmente verificate, che costituiscono le lenti attraverso cui guardi il mondo. Costa fatica, talvolta, trovarsi in quello spazio di transizione, in cui nulla è più come prima e tutto ci è ancora un po' estraneo. Quell'adattarsi, come prendere possesso di un nuovo ambiente, di una nuova cucina, in cui gli utensili sono in cassetti diversi, in cui i gesti automatici non ci conducono ai risultati sperati, ma ci confrontano con la necessità di dover di nuovo prestare attenzione e apprendere nuove gestualità. Un senso di smarrimento che può essere frainteso e percepito come sconforto, ma sconforto non è: sotto sotto quella luce che ti sospinge lentamente verso il nuovo riesci a scorgerla, ma è la confusione in superficie, il non ritrovarti nella quotidianità, che confondono e scuotono non solo le certezze ma l'animo nella sua totalità. Sei smarrito, ma non perso. Sei confusa, ma non annientata. Sei desideroso di abbandonare la zona d'ombra, ma non ancora pronto per entrare in piena luce, i tuoi occhi devono ancora adattarsi: aver tolto (o aver perso) le lenti è stato l'inizio, ed è importante che i tuoi occhi si abituino con gradualità, per non ferirsi, per non comunicare messaggi falsati al cuore. Quel cuore che ha anch'esso bisogno di adattarsi, e così la mente che tenta di afferrare e di comprendere, di verbalizzare e di categorizzare, ma si affanna e si affatica, perché si sa, non può riuscire appieno nel suo intento. E se anche ci riuscisse, non sarebbe un passo avanti nella luce, ma un ulteriore permanere nella zona di transito e di ombra. Perché siamo sempre in transito, ogni istante è al tempo stesso l'unico momento reale e transizione, cosicché è nel movimento della transizione che si colloca la nostra realtà. Non troverai risposte definitive entrato nella luce. Sperimenterai un nuovo sentire, scorgerai verità che non avevi ancora compreso, ma non sosterai in esse, permarrai in quel fluire incessante che è la vita, che ancora e ancora ti svelerà segreti, interrogativi, risposte.
Namasté.


martedì 25 marzo 2014

Di un massaggio divino, di ricordi che si accendono e si spengono e di quelle fitte al cuore con cui non hai ancora fatto pace

Un massaggio che è stato sogno e meraviglia. Il corpo che si rilassa, mani sapienti che ne estraggono emozioni e medicano ferite, la mente che rivive, come nel montaggio concitato di un film, momenti, istanti, luoghi, persone, esperienze. Tutto scorre: le mani di Sara sull'olio; i pensieri in quel fiume in piena che è la mente quando saltano le barriere e gli argini; le emozioni quando il cuore colora ogni momento col suo battito e con i suoi tremiti. E addormentarsi con quel turbinio ovattato che ti ha avvolto nelle sue spire, risvegliarsi per abbandonarsi di nuovo, in un attimo sospeso nel flusso della vita, parte integrante di essa ma collocato a un livello diverso, in cui l'intensità raggiunge l'apice mentre il tempo rallenta dilatandosi a dismisura.
E capire. Capire che quel dolore, quel dispiacere che ormai mesi fa ti ha squarciato il cuore è ancora lì. Lì. E sembra che a nulla siano valsi la pratica assidua dello Yoga, l'essere mindful e presenti a se stessi in ogni atto e pensiero (o almeno il provarci), il coraggio di guardare negli occhi il proprio dolore e i propri schemi mentali e preconcetti. O forse è servito: perché ci si è rialzati, dopo quella botta che sembrava averci dato il colpo di grazia, perché si è saputo stare ad ascoltare i propri sentimenti e le proprie paure, perché si è stati capaci di guardare altrove, di andare avanti per la propria strada, di non farsi abbattere, di non perdersi, di non sacrificare tutto il resto. Tuttavia, è qui, ora, la presa di consapevolezza che, sebbene all'apparenza tutto si sia mosso fluendo al ritmo della vita, in realtà il cuore si è fermato in quel luogo e ancora non ha fatto pace con le sue ferite. Realtà con cui, ancora, venire a patti, da provare, ancora, a comprendere, da imparare, ancora, ad accogliere e ad accettare. Con pazienza, rispetto e amore.

martedì 18 febbraio 2014

Cose che accadono (o una ricetta della felicità)

Proprio ieri affrontavo con un amico un argomento delicato: il dolore, la paura dell'abbandono, il senso di perdita, il desiderio di Amore e di affetto.
Si condividevano emozioni prevaricanti e dolorose, si scambiavano interrogativi ed esperienze, si mettevano in dubbio pretese verità. E aprire certi scomparti del cuore risveglia fantasmi e paure, si sa. Così, poi, tensioni nella mentre e nel corpo, mal di testa che non danno tregua, timori, attimi di smarrimento. Un po' di buio che avvolge l'anima.
Poi accade. Accade che meno di 24 ore dopo trovi quelle risposte agli interrogativi che ti sono stati posti, o almeno alcune. O forse, "solamente", quello scambio schietto e non filtrato di idee ti ha aperto gli occhi. O forse, anche, è vero che nulla accade per caso, che gli eventi si susseguono se non con una logica, con un senso. Comunque sia, meno di 24 ore e l'evidenza scioglie quei blocchi che ti attanagliavano il cuore, come si scioglie la neve sotto il sole che splende nel colmo della sua potenza. In 24 ore ti è stato dimostrato ciò che già sapevi, ossia che è la mente che crea collegamenti ed evoca fantasmi, e che se anche il karma è ricorrente, in realtà lo è solo perché noi stessi creiamo quei collegamenti e viviamo ed esperiamo di conseguenza. In 24 ore qualcuno, con grande saggezza, ti ha aperto gli occhi e qualcun altro ti ha offerto un panorama da guardare con quegli occhi rinnovati.
La gratitudine per la disponibilità, la schiettezza, la sincerità e l'onestà di pormi di fronte a quelli che sono miei preconcetti, aspettative e mere illusioni non sarà mai abbastanza. La gratitudine per avermi svelato panorami che erano lì davanti a me, ma che non riuscivo a vedere, nemmeno.
Queste sono 24 ore da ricordare. Questi sono i momenti che recidono le connessioni arbitrarie che noi stessi autoimponiamo alla nostra mente. Questi sono i momenti che possono segnare delle svolte nei nostri destini, che possono aiutarci a vivere diversamente, d'ora in poi, certe situazioni. Perché di fronte all'evidenza non si può restare ciechi, di fronte all'evidenza i castelli in aria crollano, di fronte all'evidenza la mente è costretta a rivedere i suoi schemi acquisiti, le sue ridondanze, i suoi percorsi obbligati, che obbligati appunto non sono.
Ciò che ieri era confusione e spavento, oggi è sollievo e fiducia. Affidarsi agli eventi, tollerare un po' di paura e di frustrazione, mantenere la mente e il cuore aperti, lasciare filtrare la luce che altri ci donano, riconoscere senza sensi di colpa o rimpianti le illusioni in cui ci perdiamo… cose che accadono. Lasciarle accadere è una delle ricette della felicità.


domenica 18 agosto 2013

Sogni, in una notte di mezza estate

È proprio vero: dopo una grande compressione segue sempre un'altrettanto grande espansione. Che poi la compressione sia fisica e la conseguente espansione emozionale, per noi praticanti yoga non è per nulla sorprendente. Così quel corpo costretto suo malgrado in posizioni innaturali, non appena può rilasciarsi nello spazio per un tempo adeguato, ritrova il respiro in tutta l'ampiezza della cassa toracica, ritrova morbidezza nelle articolazioni ed elasticità nella muscolatura. E ritrova lo spazio delle emozioni. 
Un rilascio lento, quello emozionale, che procede a scatti e stenta a decollare, ma che una volta avviatosi, cresce come un'onda che spazza via i detriti accumulati nei giorni della ristrettezza. E si sogna. Si sognano cose strane, persone che si credevano appartenere a un passato non più attuale o rilevante, persone da cui si pensava di essersi accomiatati serenamente e senza rimpianti e che invece in sogno tornano e portano a chiedersi: ma se tu fossi ancora con noi?    
E poi luoghi e avvenimenti, attimi di tempo vissuti, altri solo frequentemente immaginati, profumi e sapori. E intuizioni, indicazioni che conducono sulla via dei sogni, quelli coscienti, ora, e voluti, e desiderati. 
In una notte di mezza estate, quando sembrava che tutto fosse lontano, improvvisamente tutto è di nuovo presente e vivo. Qui. Ora. Sono presenti i progetti, le idee, gli affetti, i desideri, la mancanza, le paure, i timori, la concretezza, le ipotesi e le possibilità. Sogno e realtà si incontrano, come una sera al tramonto su una spiaggia un'Anima in viaggio incontra uno Spirito della foresta che le parla. Ma questa è un'altra storia, da raccontare quando le parole saranno abili e mature. Tuttavia, in quell'istante magico in cui la luce del cielo si fonde col moto del mare, quando tutto è solo qui e ora, solo energia pura e vibrante, in quel momento preciso si gioca tutto, l'incontro tra sogno e realtà, tra spirito e materia, e lì, proprio lì, in quell'istante infinito i sogni, i pensieri, la forma, l'essenza precipitano nel puro Essere. 
In una magica notte di mezza estate. 


martedì 23 luglio 2013

Going deep

Il bisogno di recuperare lo spazio mentale oltre che quello fisico. Il bisogno di riappropriarsi di quello spazio, di allontanarsi un poco, di respirare a pieni polmoni, di muoversi nel corpo, di sostare nella mente.
Transitare da una fase di euforica espansione, di leggerezza diffusa ai quattro venti, a un momento di silenzio, di discesa nelle profondità dell'anima, per ascoltare moti sottili, lievi sensazioni, impulsi impercettibili. Dopo tanta luce, tanti suoni, tanto allegro rumore, la penombra avvolgente, in cui sondare ogni increspatura dell'acqua, anche le più lievi. 
Sentirsi espandere nello spazio attorno, permettersi e concedersi di dimenticare tutto e tutti il tempo necessario per stare, per semplicemente stare in ascolto e in osservazione di se stessi. Sentire il corpo ammorbidirsi, lasciarsi andare; assecondarne il movimento e l'inerzia, cavalcare le onde della mente, come rollercoaster imprevedibili, indecifrabili, indomabili. Senza fretta, senza scopo, senza fine.
Sospendersi, nel pensiero e nell'azione, per poi lasciarsi andare all'azione e al pensiero. E così in un susseguirsi infinito, mai uguale a se stesso, di sensazioni, di pensieri e di emozioni.
Recuperare lo spazio fisico e mentale della propria essenza profonda, del suo desiderio di perdersi in un bosco frondoso, con curiosità e sollievo. Recuperare le energie, nutrirle, vivificarle, rigenerarle, perché di quel nutrimento ora abbisogniamo. Come a una fonte di acqua limpida e fresca, semplicemente abbeverarsi, rinfrescarsi, dissetarsi. E ripartire.


domenica 17 febbraio 2013

Back to the body

Accade anche che, a volte, senza accorgercene, ce ne andiamo via. Via dal nostro corpo. Anche noi, abituati ad abitarlo, muoverlo, viverlo, sentirlo. Anche noi che con lo yoga abbiamo affinato le nostre capacità di stare nel corpo, di percepirne i moti più sottili, noi che conosciamo a fondo l'importanza di essere nel nostro corpo, veicolo fondamentale della nostra percezione e del nostro essere qui, ora.
Eppure, può accadere.
Perché ci perdiamo in preoccupazioni, aspettative, desideri, progetti. O perché rifuggiamo sensazioni fisiche di disagio, emozioni disturbanti o vero e proprio dolore fisico, con cui non riusciamo a stare pienamente. E viviamo solo nella mente. Con la mente riflettiamo, ponderiamo, sogniamo, pregustiamo, pianifichiamo. Nella mente ci rifugiamo, quando il corpo ci comunica dolore più o meno profondo, e mentre attendiamo che le cure facciano il loro effetto, compartimentiamo senza volerlo alcune parti di noi, le confiniamo al margine della consapevolezza, cerchiamo di non sentirle, e nel contempo, senza esserne pienamente coscienti, ci irrigidiamo, chiudiamo canali di comunicazione fondamentali, perdiamo la presenza totale, e confinati nella mente viviamo a metà. A essere ottimisti.
Se siamo fortunati però, o meglio ancora consapevoli che tutto questo può accadere, a un certo punto ci arriva qualche segnale. Il segnale del disagio fisico che, liberatosi dalle grinfie della mente, si agita, si dimena, fino ad affiorare accentuato o trasformato. Il segnale delle notti insonni, dei risvegli improvvisi, della mascella serrata, del mal di testa, di fastidi più o meno acuti. E, riconosciuto il segnale, è il momento di fare qualcosa. 
Tornare nel corpo.
Con la pratica. Praticando, con dolcezza perché magari si è deboli o comunque provati mentalmente e la pratica pare anch'essa più ostica. Accostandosi con delicatezza ai ritmi, alle asana, a savasana. Accettando che i primi momenti possano essere difficili, con il corpo irrigidito, debole, poco stabile. Ma fiduciosi. Perché può volerci qualche tempo, minuti o forse qualche giorno, ma non appena l'energia ricomincia a fluire più liberamente, il nostro corpo recupererà forze, ritmo, stabilità, fluidità. Ci sentiremo di nuovo presenti, sempre più radicati nel corpo, sempre meno prigionieri della mente. E la mente inizierà a rilassarsi, a liberarsi, a svuotarsi. La visione tornerà nitida, il mondo attorno a noi riprenderà luce, suoni, colori più vividi, immediati, reali. E di nuovo radicati a terra, potremo davvero estenderci nuovamente verso il cielo, vedere con mente serena e limpida, essere pienamente, relazionarci veramente, liberamente vivere.

venerdì 8 febbraio 2013

White Collar, le illusioni e le neuroscienze

Qualche sera fa guardavo un episodio della serie televisiva "White Collar". I protagonisti, Neal Caffrey e Peter Burke insieme all'impareggiabile Mozzie escogitano e mettono in atto un piano per incastrare e arrestare un ricercatissimo, astuto e scafato criminale. Il piano è tutto basato sul far girare delle voci inveritiere e creare l'illusione che invece siano reali. E' questa la parte fondamentale per la riuscita del piano: le voci, il sentito dire devono trovare riscontro nella realtà, in qualcosa di realmente percepibile, visibile. E con la loro maestria nell'allestire scenari e creare illusioni, semplicemente posizionando delle valigie chiuse (e vuote!) in una stanza, e svuotandola degli oggetti di valore, a loro volta ben riposti in scatoloni in bella vista... voilà, agli occhi di tutti il famoso criminale era "davvero"in fuga, nonostante la sua insistenza a negare l'evidenza e a conferma invece delle voci udite in giro.
Quotidianamente ognuno di noi da ascolto alle voci, interne o esterne, e legge la realtà sulla base più di quel che crede o pensa di vedere, piuttosto che sulla base di ciò che realmente c'è.
La nostra percezione degli stimoli ambientali si svolge infatti in due modi: con un processo "bottom-up" e un processo "top-down". Nel primo dei due processi, i sistemi sensoriali inviano al cervello gli stimoli percepiti nell'ambiente per l'elaborazione, nel secondo è il cervello che guida la percezione degli input sulla base di quando già conosce, di quanto ha già appreso in passato. Questa doppia modalità di elaborazione degli stimoli ha di per sé una funzione importante e adattiva: ci consente di percepire più velocemente, di riconoscere prima nutrimento o pericolo, di non sprecare energia e tempo per riealaborare ogni volta lo stimolo solo in modalità bottom-up, ma potendo far tesoro dell'esperienza.
Il sistema complessivo però non è infallibile, e, soprattutto, in alcuni casi ci porta non solo a limitare il nostro campo percettivo, ma a male interpretare gli stimoli ambientali, aggiungendo finanche aspetti che nello stimolo non sono presenti ma che noi pensiamo, consciamente o meno, che invece ci siano.
Un esempio affascinante di come questa operazione di completamento della realtà compiuta dal nostro cervello sia connaturale e continua è dato dalla visione. Nella nostra retina c'è un punto, chiamato disco ottico, in cui non sono presenti fotorecettori (le cellule che convertono le radiazioni elettromagnetiche provenienti dall'ambiente in segnale nervoso da inviare al cervello), perché da quel punto dipartono le fibre che si allontanano dalla retina confluendo nel nervo ottico e che trasmettono gli impulsi visivi al cervello. E' un punto cieco, e come tale a rigore dovrebbe essere esperito anche da noi: nel nostro campo visivo dovrebbe esserci un punto privo di immagine. Ma non è così. E non lo è perchè il nostro cervello, continuamente quando stiamo guardando, riempie lo spazio vuoto in corrispondenza del disco ottico con quello che, stando al resto dell'immagine perepita, verosimilmente dovrebbe esserci in quel punto. Verosimilmente...
Prendere coscienza di questo meccanismo, che ha sicuramente un suo senso e un suo fine adattivo, ci consente di comprendere come davvero il nostro cervello, con le migliori intenzioni, guidi il nostro modo di percepire la realtà. Sono innumerevoli gli esperimenti condotti in questo campo per le diverse modalità sensoriali, addirittura si possono curare sintomi importanti sfruttando il potere dell'illusione, facendo credere cose al cervello sulla base della sua capacità di costruire realtà da elementi percettivi di per sé ambigui.
Se questo accade per il tatto e per la visione, che possono apparire come sensi "oggettivi", non è difficile comprendere come tutto ciò possa avvenire, e di fatto avvenga, quando si tratta di elaborare circostanze più complesse, di interagire nelle conversazioni, di compiere valutazioni, di comprendere relazioni.
Essere consapevoli di come sia spontaneo per il nostro cervello compiere questo tipo di operazioni ci consente maggiore libertà, come sempre avviene quando si acquisisce consapevolezza. Sì, perché prendere coscienza di questi meccanismi innati ci permette di mettere in dubbio ciò che vediamo, o meglio ciò che ci sembra di vedere, di prenderci il tempo e lo spazio per guardare o ascoltare o toccare o gustare o annusare meglio, per osservare i nostri pensieri, per non farci trascinare dalle nostre idee preconcette o dalle esperienze immagazzinate nella nostra memoria, ma per guardare con occhi sempre nuovi, con la mente aperta, vuota. Con la mente del principiante, per dirla con Shunryu Suzuki, quella mente che consente la corretta e giusta percezione. Così da non farci irretire, come nell'episodio di White Collar, da illusioni sapientemente precostituite che potrebbero trarci in inganno. 

mercoledì 23 gennaio 2013

Sogni, anche...

Così accade che praticando e lavorando profondamente, intensamente, sulle articolazioni delle anche si smuovano emozioni e blocchi antichi e radicati, perché stai agendo in quella zona del corpo che è legata alle paure più profonde, connesse alla sopravvivenza stessa. E se accade che a questo si accompagna un lavoro altrettanto intenso sulle torsioni, che strizzano i nostri organi interni e ci consentono di cambiare visuale rivolgendo lo sguardo dove di solito non si posa, gli effetti della pratica si amplificano, diventano più pervasivi. E così ti trovi poi a vivere una savasana che ti porta in profondità raramente esplorate, in cui entri in una dimensione quasi onirica, come un avventurarsi nei fondali profondi dell'oceano. E se poi accade che poche ore dopo ripeti la medesima pratica, ti ritrovi in asana più profonde, più avvitate, più forti... E l'azione si accresce ulteriormente, la vibrazione aumenta, la savasana che segue non è più un'immota profondità oceanica, ma un vibrante stato di presenza.
Così può anche accadere che la sera stessa tu cada in un sonno immediato, profondo, e poi, dall'oscurità l'emergere di un sogno, lungo, dettagliato, realistico, spaventoso al limite dell'incubo, ma non tale. Un sogno in cui le emozioni, la paura soprattutto, sono tangibili, in cui ti rendi conto che stai fronteggiando qualcosa di grande, di tuo, di risolutivo, forse. Il sogno che ha dato parole, immagini e sensazioni fisiche inequivocabili a quelle emozioni cristallizzate nelle tue anche. Un sogno da cui ti sei svegliato, perché l'epilogo inevitabile sarebbe stata esperienza forse troppo forte da vivere, anche se in sogno. Rimani scosso, turbato, toccato da quanto vissuto nelle dimensioni profonde della tua mente. Prendi consapevolezza. Tieni lì quelle immagini, quei frammenti che pian piano col passare delle ore sbiadiscono nei dettagli, ma il cui impatto emotivo resta immutato. Ci sei, ora, presente, consapevole che la pratica ha consentito al tuo corpo di comunicare con te e di rilasciare tensioni e blocchi ancestrali. E da qui ti muovi, di nuovo, con fiducia e con accresciuta consapevolezza, affidandoti alla saggezza della pratica e del corpo.

martedì 15 gennaio 2013

L'ostacolo

E poi fermarsi a pensare e scontrarsi con la realtà. La mente si è fermata, la realtà è divenuta solida, rigida, e l'impatto è avvenuto. Hai perso fluidità, non hai lasciato andare, hai, forse, avuto paura. 
Succede. Non è grave. E soprattutto non fartene una colpa. Puoi soffrirne, è vero, puoi chiederti e ripeterti "se solo avessi, se solo fosse, se solo...", puoi sentirti avvilito, afflitto, arrabbiato. Lo scontro con la realtà di per sè non è piacevole, di scontro appunto si tratta. È tuttavia umano, normale, fisiologico quasi. Ed è una grande opportunità, per lo yogi, per ogni uomo e ogni donna. È anche insito nelle dinamiche profonde della vita, negli incontri e nelle esperienze, e forse lo è ancor più dove si ha avuto il coraggio di osare, di avventurarsi, di abbandonare strade già battute. Hai scelto, ti sei lasciato andare, fluidamente e con presenza, ma poi, a un certo punto l'ostacolo, l'impatto. Cosa lo abbia provocato, chissà: tante le variabili, troppe le sovrapposizioni e le interazioni. Ora però sei tu, lì di fronte all'ostacolo. Tu che non vorresti averlo incontrato, tu che recrimini, rimpiangi, rimugini. Tu che vorresti liberartene al più presto, perchè fino a un attimo prima tutto era bello, scorrevole, sereno. 
Ecco, proprio ora è bene e utile che Tu ti sposti, ti fai da parte. Tu con il tuo bagaglio di esperienze, aspettative, "modelli operativi interni", le tue reti neurali cresciute assieme a te, le tue abitudini, la tua chimica del corpo. La realtà si è solidificata, da lì non si passa se anche tu resti solido, denso, rigido. Apriti, apriti a ciò che ora, adesso, c'è lì, di fronte, accanto, intorno a te. E dentro di te. Resta ricettivo, resta aperto, resta in attesa. Attenzione libera e fluttuante, direbbe Freud, mindfulness per Jon Kabat-Zinn, pienezza della consapevolezza mentale. Semplicemente stare. Stai con tutto, col tuo malessere, con la tua avversione o delusione o rabbia o ciò che senti, e, anzi, se riesci, non etichettarla. Semplicemente stai. Non ti accadrà nulla di male. Le sensazioni, seppur spiacevoli, saranno tollerabili. E pian piano la realtà, da rigida e compatta che era divenuta, inizierà a sfaccettarsi, a perdere quei contorni nitidi, a vibrare a una frequenza superiore, a letteralmente sciogliersi davanti a te. Tu, aperto e ricettivo, la realtà di nuovo come campo quantico delle infinite possiblità.  Il tempo si sospende nuovamente, non c'è fretta, non è ancora tempo di prendere azione, solo consapevolezza. L'azione poi verrà da sè. Quando sarà il suo momento, semplicemente accadrà, senza pianificazione, senza intenzione. Ti troverai a essere e ad agire, di nuovo, in assoluta naturalezza, in armonia con ciò che c'è, in una realtà di nuovo fluida, in un Uno di nuovo integrato.

sabato 12 gennaio 2013

Non fermare la mente in nessun luogo...

Il mondo ci parla. Continuamente. L'universo è in costante, profonda comunicazione con ognuno di noi, ci invia messaggi, più o meno chiari e intelleggibili, ma comunica con noi. E ciò che ha da comunicarci ha sempre un grande valore. E in questo contesto emerge, ancora e di nuovo, l'importanza dell'ascolto, qualità indispensabile, fondamentale nel nostro relazionarci col mondo, e con noi stessi. Ma si palesa anche la rilevanza del coraggio. Perchè a volte ci vuole coraggio nel cogliere il valore pieno di ciò che ci viene comunicato, e ancor più, dopo averlo inteso, nel scegliere come agire, come muoversi, da lì in poi. Scegliere se affidarsi al nuovo o se preferire ignorare la comunicazione. Ascolto, coraggio, presenza. La presenza a se stessi. Esserci, mentre si ascolta, esserci davvero, pienamente centrati, mentre si coglie la profondità del messaggio, esserci completamente con i sensi, le emozioni, la mente. Esserci senza pregiudizi e preconcetti, pronti ad accogliere le nostre risposte, i moti dell'anima e del corpo, l'emergere delle emozioni. Liberi quindi di ascoltare, di ascoltarci e di scegliere. E poi lasciarsi andare, affidarsi all'universo e a sè, concedersi di pienamente entrare nell'esperienza, nell'inconoscibile, se è ciò che abbiamo scelto, fluire. Con presenza. Perchè l'universo non smette di comunicare, e nella fluidità e mutevolezza è importante cogliere le vibrazioni, restare ricettivi, aperti, in costante interscambio e comunicazione con il Tutto. Così, anche compiuta la scelta, ogni cosa nuovamente ha da essere e divenire, e in ogni istante essere pronti al mutamento, pronti all'ascolto, alla scelta, a lasciare andare. Senza fermare la mente in nessun luogo. Senza aspettative, attese, proiezioni. Vivendo, assaporando, stando nell'esperienza, così com'è. E nello "stare" cogliere il mutamento incessante, fluire con esso, insieme a esso mutare, con mente libera, cuore aperto, presenza constante.