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martedì 10 novembre 2015

Chiedimi se sono felice.

"felicità [fe-li-ci-tà] s.f. 1 Condizione e sentimento di gioia, di serenità, di soddisfazione. 2 Abilità, bravura, perizia" (Dizionario italiano di base, Giunti)


***

La felicità, la mia, è nella mia quotidianità, nelle mie azioni di ogni giorno, nelle piccole routine, nei grandi misteri, nel cammino che ho intrapreso.

La felicità, la mia, non si misura in numeri, in cifre, in luci della ribalta, ma in sguardi, in labbra tremanti, in istanti in quel buio della candele in cui anjali mudra non si scioglie più, la fronte inchinata al cuore, la capacità di sostare ancora in quello spazio, il desiderio di stare lì, ognuno con se stesso, ognuno insieme all'altro.

La felicità, la mia, è nel poter apprendere e comprendere sempre più ciò che siamo, ciò che possiamo essere, ciò che ci nutre, ciò che potenzialmente potrebbe avvilirci fino ad annientarci, ciò che può farci rinascere in ogni istante, ciò che il nostro viaggio di esseri umani ha in serbo per noi, e richiede da noi.

La felicità, la mia, è poter condividere l'amore per la pratica, ma prima ancora l'amore per la vita, con i suoi alti e bassi, con i suoi passi falsi, con le sue gioie immense, con le sue sfide, che sono tutte sempre e solo occasioni di crescita, anche quando non sembra. Ed è poter condividere l'importanza dell'autenticità e del rispetto, profondo, di se stessi, e del saperli tradurre in scelte, magari non mainstream, ma vere, profonde. Ed è poter condividere l'importanza di non temere di viversi fino in fondo, perché è il viversi fino in fondo è ciò che di meglio abbiamo da offrire in questo nostro transito.

La felicità, la mia, è camminare mano nella mano con le persone che amo, vicine e lontane, ridere, piangere, scherzare, ascoltare il silenzio e il respiro della vita insieme, ed è non aver bisogno di schermi, di veli, di nascondigli, ma poter essere me stessa in ogni istante, pregi, difetti e stranezze compresi. Ed è potermi fidare e affidare... e anche poter recidere i rami secchi di rapporti ormai esausti e sfibrati quando, purtroppo, non scorre più quella linfa vitale che nutriva entrambi*.

La felicità, la mia, è il mio carrellino dell'IKEA traboccante di Golden Fluids Acrylics, di pennelli e di inchiostri Daler Rowney, ed è poter liberamente esprimere la mia creatività non appena ho tempo, giocare e dipingere e condividere con le mie compagne di questo viaggio, e apprendere dalle mie Maestre, non solo di pittura ma anche di vita. Ed è aprire il Mac, e scrivere un post come e quando mi va, su ciò che mi va, senza dovermi chiedere quanta gente lo leggerà e se sarà o meno un'operazione di marketing ben riuscita.

La felicità, la mia, è anche nella tensione di un progetto da finire, quando il tempo appare tiranno e le altre attività della mia vita mi coinvolgono profondamente, e appaio tesa, appaio stanca, magari mi sparisce la voce, magari ho le occhiaie fino a terra... ma è la strada che ho scelto, è la sfida che ho raccolto, e potermi cimentare anche in questo e poter concretizzare anni di lavoro, anni di attesa prima, anni di travaglio prima ancora... felicità è anche questo, a volte: tenere duro.

La felicità, la mia, è ESSERCI fino all'ultima goccia di me stessa, in ciò che faccio, in ciò che scelgo, in ciò che dico, in ciò che sbaglio, in ciò che urlo, in ciò che taccio. E non sempre mi riesce, e talvolta deraglio, ma è lì che ritorno, sempre, perché la felicità per me è onorare in ogni istante al meglio delle mie possibilità la mia essenza. Ed è anche ESSERCI per chi vuole intraprendere un viaggio insieme a me, per chi vuole comprendere e capire, per chi ha bisogno di quello spazio, di quell'attenzione, di quella possibilità. Perché questa è la strada che ho scelto, questo il mio svadharma, questo il cammino che voglio onorare con tutta me stessa.

Sì, sono felice.


Immagine da Pinterest


* "... finimmo prima che lui ci finisse, perché quel nostro amore non avesse fine..." cantava Claudio Baglioni anni fa, ed è vero: ho sempre pensato che avere il coraggio di sciogliere un legame, di qualunque tipo e natura, prima che si logori irrimediabilmente, non sia orgoglio, cinismo o paura, ma sia l'unico modo per potersi nutrire ancora della gioia e della bellezza di quel rapporto per gli anni a venire...





lunedì 22 settembre 2014

Food-issues o consapevole libertà?

Sai quando hai un argomento che ti frulla in testa, e vorresti metterlo giù a parole, in un modo consono, accattivante e comprensibile, e più ci provi più il tutto risulta inchiodato e stucchevole? E non è che puoi abbandonare, perché in fondo è una cosa che vorresti condividere, ci vedi del potenziale di interesse e comunque ti piacerebbe scriverne. E giri, rigiri, provi e riprovi, ma non trovi quell'incipit, quello slancio che ti è proprio. Ecco, a quel punto ti restano due vie, come blogger: desistere (e rimandare a tempi migliori) oppure scrivere di getto, con buona pace dello stile e della consecutio temporis. 
Così, oggi si parla di alimentazione. Del nostro rapporto col cibo. Di quel rapporto sotto i riflettori per molte ragioni (dalle patologie - allarmanti e diffuse - legate a disagi psichici, alle questioni relative a OGM, carne bombata di ormoni e similari, alle scelte di diete vegan, paleo, crudiste...) e che per molti rappresenta quotidianamente una sfida, si tratti di questioni dietetiche, estetiche, di allergie o  di intolleranze alimentari.
Insomma, il cibo nell'epoca dei "foodies" è al centro dell'attenzione. Così può accadere che una cara amica ti osservi e ti dica: "Tu hai un rapporto controverso col cibo." E tu resti di stucco. Io? Io che mangio in serenità quel che mi va, che non ho particolari intolleranze, che amo cucinare, che da quando ho memoria non ho avuto un problema di peso (sovra- o sotto-), che in famiglia sono la "nutrizionista" di riferimento? Io? Rapporto controverso? 
Approfondiamo, e lei spiega: "Sai, ci sono persone che sono disinteressate al cibo, mangiano perché devono, altre che lo venerano, altre ancora che regolarmente si abbuffano. Tu invece oscilli, a volte sembra interessarti e appassionarti, altre volte no, a volte mangi dolci di ogni tipo, altre un'insalata o poco più, tipo curva sinusoidale...".
E allora capisco. E capisco anche che ormai ci hanno talmente abituati a considerare regolarità e uniformità di comportamento come normalità, che il mio muovermi con libertà e scioltezza quando di tratta si nutrirsi, appare sconclusionato e sintomo di un rapporto problematico col cibo. Per carità, in alcuni casi può anche essere che un atteggiamento del genere sottenda un disagio. 
Ma anche no. Quanto meno non nel mio e, credo, nemmeno nel caso di molte altre persone.
Riflettiamo: cos'è il cibo? Il cibo è il nostro carburante, una delle nostre fonti primarie di prana, di energia, insieme al respiro (tralasciamo qui di menzionare le altre fonti di energia, più sottili e che spesso agiscono nella nostra totale inconsapevolezza). Mangiamo per nutrirci, per poter mantenere il nostro corpo in salute, per poter compiere le nostre attività con la giusta carica e un'adeguata riserva di energia. E il nostro dispendio di energia, come ci insegna mirabilmente l'ayurveda (l'antica scienza indiana della vita)*, dipende sì dalla nostra particolare e unica costituzione fisica (prakriti), ma non solo. Anche l'ambiente ha un ruolo fondamentale. E intendo l'ambiente in senso lato: il dove ci troviamo, il come e con chi, ma anche il quando. La stagione, ad esempio, ha un impatto fondamentale sui nostri processi corporei, soprattutto alle nostre latitudini in cui c'è grande variabilità climatica, implicando che, nel corso del tempo, il nostro corpo debba adattare al clima (caldo, secco, umido, freddo etc.) le sue modalità di mantenimento dell'omeostasi interna e del conseguente stato di benessere. E "stato" è una parola grossa, perché la vita è intrinsecamente un processo dinamico, e quindi anche l'equilibrio (che in questo contesto possiamo usare come sinonimo di benessere) è un processo naturalmente dinamico.
Quindi?
Quindi chi l'ha detto che avere un rapporto "liberamente fluttuante" (nei limiti della ragionevolezza!) con l'alimentazione sia problematico? E se si trattasse invece, della capacità del corpo di scegliere giorno per giorno, momento per momento ciò che è bene per lui? 
Parlo della mia esperienza, e posso confermare che è così. Nel mio caso, almeno. Il mio è infatti un approccio al cibo totalmente consapevole e cosciente. Volutamente non prestabilisco in modo rigido il mio stile di alimentazione, che è per sua natura molto vario. Posso dire che in generale non mangio altro che frutta prima delle 11, che tendo a seguire una dieta semi-vegetariana (il pesce fa parte abituale della mia dieta), che da sempre la merenda del pomeriggio è un must, e che non amo abbuffarmi. Ma posso anche dire che: mi piacciono i dolci (tanto); cappuccino e brioche sono una grande invenzione; se mi invitano a cena e ci sono salumi o ragù non mi formalizzo; il vino è cosa buona e giusta (nei limiti!); e, nel contempo, tendo a rispettare il mio adorato #VeganMonday (tradotto: di lunedì nessun alimento di origine animale, nessuno). Ho un rapporto controverso col cibo?
No. Esploro, sperimento (come nel caso del #VeganMonday o del "solo frutta fino alle 11": ho provato, per curiosità, e ho poi mantenuto l'abitudine per gli enormi benefici che ne traggo), e soprattutto ascolto. Ascolto il mio corpo, la mia mente, le mie emozioni: come sto? cosa mi serve? E di conseguenza mi alimento, nel "qui e ora" delle mie esigenze. E così, se come sabato pomeriggio mi sento debole, il cupcake con il Mars (giuro, una bomba chimico-calorica di cacao, farcita dentro e fuori di Mars, ma veramente ottima) diviene un booster di energie prezioso; e se dopo una mela a colazione e due ore di insegnamento di yoga, mi mangio quattro tranci di pizza, non mi considero "out of control" ma anzi in piena consapevolezza che, sì, un simpatico reintegro di carboidrati ci sta proprio.
Che poi, in fondo, è ciò che è bene fare anche quando si pratica, e sopratutto, quando si propone in qualità di insegnante, una pratica yoga: a seconda dell'orario, del periodo dell'anno e dell'energia della "sala" (intesa come energia delle persone che praticano con noi) ci sono sequenze e asana più o meno appropriate, si opta per vinyasa più solari o più lunari, si offre un'esperienza il più possibile in sintonia con il "qui e ora". Energia che si muove, sempre, così come nella pratica così  nell'alimentazione.
Ovviamente ci sono persone che necessitano di diete più rigide e programmate, per vari motivi, ed è bene che le seguano con rispetto e con perseveranza. Ma in base alla mia esperienza, e a quella di altri con cui ho condiviso queste riflessioni, mi sento anche di dire che nel momento in cui si porta la consapevolezza nelle proprie scelte, anche e in primis in quelle alimentari, la necessità di regole ferree viene meno. Il consapevole ascolto del corpo ci fornisce tutte le indicazioni per orientarci e scegliere la qualità dell'energia di cui necessitiamo in quel momento: un frutto, leggero e vitaminico? zuccheri semplici perché per questa volta abbiamo bisogno di extrapower? siamo con amici e chisseneimporta al salame per una volta non si dice di no? Un mio stimato insegnante di yoga, che avevo conosciuto come strettamente vegetariano fino ad allora, una sera a cena mi dice: "Io mi sa che ordino una tagliata. Sento che il mio corpo necessita ora di proteine animali." Ed eccezionalmente gliele ha concesse.
Anni fa, dopo un lungo viaggio in pullman per andare in gita scolastica, arrivai a destinazione con una gran nausea. Non passò per due giorni. Poi, il terzo pomeriggio, camminando casualmente davanti a una gelateria, mi fermo e dico alla maestra: "ecco cosa mi ci vuole: un gelato al mirtillo." La maestra era perplessa, con la nausea non le pareva una buona idea. Lo comprai, lo mangiai. E stetti subito bene, niente più nausea, solo benessere. Da quel giorno non ho mai smesso di ascoltare il mio corpo, e, possibilmente, di dargli ciò di cui ha bisogno.
Qualche anno fa, in un periodo di forte stress, iniziai ad avere i sintomi di un'intolleranza al lattosio. Feci tutti gli esami clinici, ma non emerse nulla di significativo. Certamente i miei disturbi avevano un'origine psicosomatica, ma altrettanto certamente erano accentuati dai latticini, che avevo sempre digerito senza problemi. Mi posi in ascolto. Mi resi conto di aver cercato di ignorare per troppo tempo il reclamo del mio corpo, e di aver testardamente cercato di "coccolarmi" con quei cappuccini e con quei biscotti che erano, in quel momento, il mio comfort-food. Ma lo erano solo per la mente, il corpo reclamava. Lo ascoltai, e iniziai un periodo di "disintossicazione" dal lattosio, e solo quando mi sentii meglio reintrodussi pian piano formaggi e similari. Fu un periodo importante: capii molte cose di me stessa e dell'imbuto emotivo in cui mi ero cacciata, e compresi ancora meglio di prima il potere di autoguarigione del corpo, che si innesca quando davvero e consapevolmente ci mettiamo in ascolto.
Certo, talvolta mi accade di essere incauta, e allora magari anche io eccedo, nel dare o nel sottrarre, ma è la vita, è umano, è comprensibile. Ma poi la consapevolezza torna a far luce, e in pochi momenti l'equilibrio è ristabilito, e si ritorna nel flow, energia che si nutre liberamente e coscientemente di energia, in quel continuo moto di cambiamento che è la vita.



*L'ayurveda è una mirabile, complessa e vastissima scienza, la cui conoscenza richiede anni di approfonditi studi. Il suo richiamo in questa sede è puramente generico e riferito ai tre dosha (kapha, pitta e vata), le energie vitali che, tra l'altro, permeano il corpo fisico e predominano nelle diverse stagioni, dando luogo a specifici accorgimenti per il mantenimento di un salutare equilibrio.

domenica 7 settembre 2014

#SummerInYoga 2014



E' tanto tempo che desidero scrivere. Scrivere delle emozioni e delle esperienze delle ultime settimane, dei tanti insegnamenti giunti a me nei modi più inattesi, del flusso della vita che mi sorprende ogni giorno con la sua sapienza e con la sua determinazione. Ma il momento non arrivava mai, e le sensazioni volatili così come i vissuti più profondi si sono susseguiti come gocce di rugiada che imperlano le foglie al sorgere del sole, scintillanti, gioiose, uniche.
Ci sono state pratiche intense, con le parole di Sri Pattabhi Jois, il padre dell'Ashtanga Yoga, che hanno accompagnato quelle ore di lavoro su me stessa. "Practice and all is coming". E ci sono stati i risultati, se così possiamo chiamarli, di quell'impegno e la dimostrazione di quelle parole, tangibile e concreta. Un salto quantico ulteriore in una pratica yoga che coltivo da così tanti anni, e che ogni giorno svela le sue infinite possibilità, le direzioni innumerevoli in cui la dedizione può dispiegarsi.
Ci sono state le letture, scelte con cura a spaziare in campi nuovi, perché è bene nutrirsi di ciò che non conosciamo e che ci attrae, o che si presenta a noi con tale forza e magnetismo che non possiamo esimerci dall'indagare. Letture che hanno svelato nuovi scenari, e anche loro, nuove infinite possibilità di declinare la pratica, di indirizzare lo sguardo, di respirare la vita. 
Ci sono state riscoperte di antichi modi di accostarsi allo yoga, un ritorno alle mie origini, e le pratiche nel totale silenzio dei monti, con solo il respiro del vento tra i meleti e la voce lontana del fiume.
Ci sono state ore di meditazione, momenti che si sono insinuati nelle sequenze più fisiche, portando all'immobilità, una richiesta di mente e corpo all'unisono. E così l'ascolto più profondo, going deep into the heart, going deep into the soul.


Ci sono state le ore del tramonto sugli scogli, surya namaskara a susseguirsi, con le ruvide rocce sotto le mani e i piedi, gli allineamenti in adho mukha svanasana ad adattarsi all'irregolarità della base, il fragore delle onde a dissolvere i pensieri, il vento a danzare con me tra un asana e l'altra. Con la Yoga che diventa free-style e il corpo che si muove dal centro, da dentro, sospinto dalla sua stessa intelligenza, dalla sua stessa forza che si esprime.
C'è stato il respiro, e il battito del cuore. Quel battito da ascoltare, quel battito che ci parla di noi più di ogni altra cosa, quel battito da rispettare e onorare. 
Ci sono state candele accese, e luce nel buio. La luce della luna, quella Super Moon che ci ha accompagnato nelle sere d'estate ricordandoci la magnificenza del cielo e dell'Universo.
Ci sono stati i miei mala, pietre dure scelte con cura, annodate tra loro con attenzione, creazioni del cuore e dell'anima.
Ci sono stati i pensieri sospesi, le preoccupazioni accantonate, il "qui e ora" prorompente a prendersi la scena, e a lasciare nell'ombra tutto il resto.
Ci sono stati la vita, e gli incontri, e le risate, e le chiacchierate spensierate. 
C'è stato l'incontro con chi ha fatto di un lavoro arte, arte del profondo, arte del riequilibro dell'energia col tocco delle mani e con la presenza in ogni gesto.
C'è stata la profonda riconoscenza per ogni attimo vissuto, ogni soffio di vento assaporato, ogni anima incontrata, ogni pratica esperita, ogni respiro, ogni battito del cuore.
C'è stato il desiderio di raccontare ogni istante e sfumatura, e l'impossibilità di farlo nel dettaglio, al momento, come avrei voluto.
Ma forse è stato meglio così. Che le sensazioni più delicate, le emozioni più vivide, i vissuti più intensi restino inespressi a parole, e solo l'atmosfera possa essere verbalizzata, richiamata col linguaggio, che mai mi avrebbe consentito di riprodurre e di comunicare la stessa intensità da me esperita in ogni istante sospeso nel tempo infinito.
Tra le righe l'atmosfera e il ricordo, la chiave di accesso a un mondo che palpita dentro di me, immagini e istanti indelebili di un'estate vera. My #SummerInYoga 2014.






martedì 24 giugno 2014

Anche gli yogi si ammalano...

L'altro giorno un'amica mi ha chiesto: "Com'è che qualcuno che pratica tanto yoga e conduce una vita così sana, è spesso alle prese con "malattie" grandi o piccole? Non son tutte comunque un riflesso psicosomatico?"

Questo mi ha fatto riflettere. Mi ha fatto riflettere su quanto poco sappiamo uno dell'altro, e su quanto pudore e rispetto aleggi nei rapporti umani. Su come spesso le nostre battaglie si svolgano nel segreto di un luogo nascosto e remoto, inaccessibile agli sguardi esterni, protetto dal pudore, appunto, ma anche dal rispetto che nutriamo per le persone che ci stanno intorno.

Ognuno di noi (chi più chi meno) affronta grandi e piccole battaglie, ognuno di noi proviene da una storia le cui sfumature sono personali e uniche, ognuno di noi vive sulla sua pelle e in ogni sua cellula i propri piccoli o grandi conflitti, assorbe delusioni, maneggia rabbia o tristezza, e cerca di fare di tutto ciò, il meglio che gli riesce. Per star bene, per vivere meglio, per perseguire sogni e significati, per dare senso alla propria esistenza.

E più si scava nel profondo, più cose emergono in superficie, richiedono di essere viste, ascoltate, comprese, lasciate andare. Con tempi di volta in volta diversi, con coinvolgimento diverso, con implicazioni diverse. Un processo di cui fa parte anche il corpo, veicolo e involucro, parte integrante di un tutto, che a sua volta esprime, e spesso si fa carico di portare all'esterno, di imporre alla luce ciò che dal buio affiora. 

Così è possibile, eccome, che yogi e yogini che quotidianamente si immergono in sé stessi, che quotidianamente fanno della pratica un viaggio a sondare il noto e l'ignoto, e che sono persone con quel carico di storia, di aspirazioni e di sentimenti che ci accomuna tutti, possano ammalarsi, mostrare attraverso il corpo l'evoluzione di un percorso, tortuoso e misterioso, in cui è proprio la consapevolezza ciò che potrà avvalorare il sintomo, ascoltarlo, comprenderlo... e poi lasciarlo andare.

Namasté.


lunedì 5 maggio 2014

#My30Days

Questo post è stato concepito in uno di quei luoghi che sono casa, vita, purezza. In un luogo in cui ancora respira lo spirito di mio nonno, maestro di vita, di rispetto e di dignità. Lì, dove lui trovava quadrifogli e stelle alpine, camminava per chilometri nella natura, mi insegnava a leggere, a scrivere, e a vivere una vita che avesse un senso. E quel senso era fare qualcosa che piacesse davvero, non per edonismo, ma per rendere onore e omaggio al nostro creatore, quel Dio in cui mio nonno aveva fede incrollabile e che gli ha donato una vita sana e una morte consapevole e serena.
Questo post nasce in un momento di pace inattesa, durante una vacanza che non credevo possibile, quando nulla sembra andare come razionalmente pianificato e tutto, invece, pare allinearsi secondo un ordine superiore. E nasce dall'essere e dal contemplare senza sforzo, da un fluire in cui rompere gli schemi è spontaneo, dove improvvisare è amorevolmente condiviso.
Questo post trae ispirazione da tre donne, due libri e un'iniziativa, e fonde in un sentimento unico spunti diversi. C'è la passione scientifica e vitale che anima Alma Whittacker, protagonista dell'ultimo, splendido romanzo della mia adorata Elizabeth Gilbert, che mi fa perdere in un diciannovesimo secolo di botanica e di emozioni. C'è ancora lei, Liz Gilbert, che vende la sua strepitosa casa munita di "skybrary" e che posta su Facebook un video esilarante. C'è la scoperta, per me, della vita a impatto zero di Paola Maugeri, e del suo bellissimo libro di ricette "Las Vegans", da cui traspaiono la forza di volontà di una scelta e l'impegno a portarla avanti e a diffonderla, con decisione, sì, e con grinta, ma sempre nel rispetto di chi la pensa diversamente. C'è Lauren Rudick con le sue 365 handstands - una al giorno per un anno -, iniziativa che al momento mi ha fatto sorridere, e poi sorridere ancora, ma con spirito diverso.
E nell'aria aleggia quel qualcosa, e alla mia mente affiora una parola: "commitment". Sì, un libro della Gilbert si intitola "Committed", lo so. E non è certo un caso se tutto sembra convergere in una direzione, energia che vibra armonicamente, che comunica e stimola pensiero, visione, creazione.
In quale precisa direzione, in quale punto di convergenza e di caduta ancora non lo so. Ed è per questo, forse, che non sto ancora pubblicando questo post. Tuttavia il movimento in me, nella mia coscienza, è sensibile, a tratti lucido, profondamente intriso di entusiasmo, di gioia e di motivazione.
Essere "committed to a cause", impegnati totalmente in qualcosa in cui si crede, trovare stimolo nell'impegno, e profonda gioia nel compierlo. L'impegno che troppo spesso, purtroppo, viene inteso come impegno verso qualcosa di difficile per noi da compiere, di "nobile ma faticoso", di virtuoso e per ciò stesso deprivante. E invece no. No, perché questa storia che siamo stati messi al mondo per soffrire ci ha forse influenzati troppo, mentre è alla gioia dell'impegno che è importante dare spazio.
E mentre redigo, a spizzichi e bocconi questo post, che contrariamente al mio solito è un work-in-progress, sempre lei, Elizabeth Gilbert, posta il link al suo secondo TED Talk, e parla proprio di questo in fondo: della sensazione di confort, di sollievo, di protezione anche, del dedicarsi a ciò che amiamo fare, e che amiamo più di noi stessi. Quell'impegno, quella dedizione, appunto, a qualcosa che amiamo e che abbiamo più o meno scelto o che ci è stata donata dal destino, e nel cui compimento raggiungiamo il nostro fulfillment di esseri umani, il nostro supremo essere. Così, lei scrive e torna sempre e comunque a scrivere, incurante degli esiti e indipendentemente dal successo o dall'insuccesso, e, come lei, donne e uomini che si dedicano a qualcosa, grande o piccolo che possa apparire al mondo, ma enormemente rilevante per la loro esistenza, a cui tornano ancora ed ancora perché è lì che si sentono vivi.
Chi si batte per cause nobili e vistose, chi si sfida a fare una verticale al giorno per un anno... paiono universi distanti, cose di peso e di valore totalmente diversi... ma è apparenza influenzata dalle credenze sociali. La sostanza è altra, lo spirito e l'entusiasmo sono i medesimi, un moto spontaneo di un'anima verso il compimento del suo senso e del suo scopo, che possono modificarsi nel tempo (e tanti possono essere i sensi e gli scopi per ciascuno) come invece restare unici e monolitici. Infinite le declinazioni. Ma è l'essere "committed" ciò che fa la differenza, ciò che dona alle azioni quell'aura di completezza e di bellezza, quel senso di rilevanza e di significato.
Riscoprire la gioia dell'impegno, del lasciarsi trasportare da quel flusso, da quell'esperienza di flow di cui mirabilmente ed esaustivamente ha scritto Mihaly Csikszentmihalyi, cercando di sondarne gli aspetti più nascosti.
Chi pratica Yoga conosce quella sensazione, la vive durante la pratica con intensità e con totale presenza, ma tutti noi la conosciamo, perché ciascuno la prova nel compiere alcune attività più di altre, si tratti di leggere, scrivere, giocare a calcio, cucinare, guidare o quant'altro.
Ecco, io credo che se tutti noi ci concedessimo il tempo e il diritto di dedicare almeno qualche istante della nostra giornata alle attività che amiamo, o anche a una particolare attività che abbiamo trascurato e che vorremo riportare nella nostra quotidianità, o a una piccola o grande sfida con noi stessi che avremmo sempre voluto sostenere, la nostra vita sarebbe migliore, e con essa il nostro umore, il nostro entusiasmo, la nostra vibrazione energetica, e ne beneficeremmo noi in prima persona ma anche le persone accanto a noi e l'ambiente stesso in cui viviamo.
Un po' come l'esercizio delle gratitudine (quello di trovare almeno cinque cose nella nostra giornata di cui essere grati e prenderne nota), credo che l'esercizio di dedicare del tempo a qualcosa che scegliamo di fare per la mera gioia di farlo, possa essere un toccasana per la salute, l'umore, la qualità della vita.
Ecco, da tutte queste sensazioni e riflessioni nasce per me il #My30Days,  una scelta di impegno, di  commitment, la mia scelta di sperimentare in prima persona queste intuizioni, che forse ho esposto in modo confuso e sconclusionato proprio perché non ancora trasposte in azione, ma solo captate nell'aria in un periodo della mia vita che mi sta regalando ispirazione e intuizioni e la curiosità di metterle in opera, con entusiasmo, gioia, cuore e mente aperti e ricettivi.
30 giorni, perché sono curiosa di sperimentare, curiosa di provare dandomi un target di tempo ragionevole, non troppo lungo, ma nemmeno troppo breve (e chissà, poi magari diventeranno 60, 120, 240...). Committed to cosa?
Personalmente ho la fortuna di svolgere quotidianamente le attività che amo: praticare e insegnare Yoga, approfondire i miei studi, scrivere. Ma c'è una cosa che ho sempre amato fare, il cui valore affettivo e sociale mi è sempre stato a cuore, la cui importanza per il nostro benessere è da sempre al centro del mio approccio alla vita, ma che per tanto, troppo tempo ho trascurato, e non ho onorato come sarebbe bene e come vorrei: cucinare. Una grande passione, un grande amore, rimasto a prendere polvere nei meandri della mia anima, un po' sopraffatto dalla mia crescita di consapevolezza di questi ultimi anni, dalle evoluzioni e rivoluzioni che hanno connotato la mia vita. Ecco, è tempo ora di riportare anche questo al centro, mi manca e sento che molto avrà da donarmi e da insegnarmi.
E quindi, da oggi, #My30Days in cui sfidarmi a cucinare consapevolmente e con presenza (conscious cooking  si potrebbe chiamare) ogni giorno piatti diversi, scelti e preparati con cura, affetto ed entusiasmo.
Let's go! 30 days from today! Starting from... now!


P.s.: un post nato il 22 aprile e covato a lungo, con amore, pazienza e un'insolita lentezza...


domenica 16 febbraio 2014

Let's detox!

Dopo un periodo di stravizi dettati da impegni improrogabili e ben poca possibilità di occuparsi in prima persona della nostra alimentazione, ecco in arrivo per "LiV Yoga and…" una settimana tutta dedicata al detox! 
Un detox che non riguarderà solo le scelte alimentari, ma che coinvolgerà anche le abitudini, i pensieri le emozioni. Sì, perché mente, cuore e anima necessitano anche loro di momenti di pulizia profonda. Proprio recentemente ho avuto occasione di sperimentare intensamente gli opposti più estremi in campo cognitivo ed emozionale (esperienze che richiedono ancora un'elaborazione e che sento di voler approfondire e comprendere meglio), e tutto ciò è divenuto ulteriore stimolo a inaugurare questa settimana in cui prendersi cura, in modo consapevole e mirato, di se stessi nella totalità di corpo, mente e anima.
E un modo semplice, accessibile e utile per aver cura di sé è proprio dedicarsi un periodo detox.
Parlare di detox non può prescindere da qualche riflessione riguardo all’alimentazione: base così fondante del nostro benessere, del nostro stesso poter essere al mondo, e argomento da considerare delicato, poiché spesso - anche se non sempre - sussume e sottointende una visione del mondo, con risvolti psicologici ed etici estremamente personali. 
Il rifiuto di dogmi e di regole rigide, di "dover essere, fare, evitare" è alla base di una concezione dello yoga e della vita, che anche in questo campo rappresenta appieno il pensiero di "LiV Yoga and…": a ognuno la libera scelta, in piena consapevolezza. Il cibo veicola infatti tradizioni culturali, abitudini dell’organismo acquisite negli anni, significati e simbolismo profondi, e ho sempre guardato con sospetto a chi cerca di convertire gli altri a un regime alimentare piuttosto che a un altro, a dissuadere da certe scelte o a pretendere l’adesione ad altre. Ciò che ingeriamo riguarda il nostro corpo, il nostro metabolismo. Certo, può avere e ha, come tutto, ripercussioni più estese, implicazioni sociali e ambientali, ma tra le tante cose, è una di quelle che rientrano fortemente tra le scelte individuali da rispettare. Per quanto mi riguarda, onnivora dichiarata e cuoca appassionata, apprezzo sensibilmente ogni informazione e abitudine alimentare che mi viene illustrata e che può contribuire a rendere il mio stile di alimentazione e, conseguentemente, di vita più sano. Sopratutto quando si tratta di detossinare il corpo, di aiutarlo a smaltire materiale di scarto e sostante tossiche, di consentirgli l’assunzione di sostanze buone e ad alto contenuto energetico e vibrazionale. Per questo motivo credo sia certamente sano e auspicabile, periodicamente e almeno per qualche giorno consecutivo, seguire un'alimentazione che aiuti il nostro corpo a eliminare le tossine accumulate.
"LiV Yoga and..." propone per questa settimana un "Soft Global Detox", non un vero e proprio programma detossinante, piuttosto una serie di spunti per dedicarsi una settimana all'insegna del benessere e dell'eliminazione del "tossico" e del superfluo dalle nostre vite. Attraverso la pagina Facebook vi accompagneremo in questa settimana con idee, spunti e suggerimenti per un'alimentazione detossinante, con ricette e piccoli consigli per sfruttare al meglio le proprietà nutritive e purificanti degli alimenti, e con la presentazione di alcune pratiche che potranno divenire, per chi lo desidera, piccoli rituali quotidiani da perpetuare nel tempo.
Parleremo anche di pose e di sequenze di yoga che possono supportare il nostro percorso, agendo a livello fisico, energetico, mentale.
Ci occuperemo anche di purificare e detossinare il nostro ambiente esterno e interiore, agendo su alcune abitudini che possono migliorare sensibilmente la nostra qualità della vita, consentendoci di prendere consapevolezza della nostra dipendenza da comportamenti, oggetti, azioni, pensieri ed emozioni. 
Tutto ciò, però, in modo estremamente soft, come sempre nella vision di "LiV Yoga and...", lontano da eccessi e forzature. A ognuno la flessibilità e la libertà di adattare quanto proposto alle proprie esigenze, di sperimentare, di curiosare, di integrare, di abbandonare, di riprendere, di condividere.
Perché in questo campo, come in molti altri, ciò che è valido per qualcuno, non è detto che lo sia per tutti: quindi, come dice il mio Maestro, non c’è come provare e poi ascoltare la risposta del proprio corpo, con gentilezza, senza preconcetti o aspettative, perché solo noi siamo capaci di capire se qualcosa ci fa bene o no.
L'appuntamento è quindi sulla nostra pagina Facebook "LiV Yoga and..." per una settimana all'insegna della purificazione e dello starbene! Stay tuned


martedì 10 dicembre 2013

Flying high in the sky


Toccare il cielo con un dito.




Essere cielo e acqua. Librarsi senza pensieri, totalmente essere, pienamente vivere ed esperire.




Attimi sospesi, senza tempo, immagini indelebili, la serenità che la natura e la sapiente capacità di essere in accordo con l'ambiente e con i ritmi della nostra vera essenza possono donarci.




Praticare realmente sospesi tra cielo e terra, lasciare che la mente si vuoti, pronta ad accogliere per poi di nuovo lasciare andare, consentire a corpo, mente e anima di muoversi all'unisono.


Puramente fluire.





lunedì 28 ottobre 2013

Quando tutto ebbe inizio

La nostra vita è un continuum. Non sempre è possibile individuare l'esatto momento in cui qualcosa ha avuto inizio. E' semplice, certo, ricordare date importanti (come nascita, matrimonio, laurea, primo giorno di lavoro presso un'azienda) ma per quanto concerne i nostri desideri e i nostri sogni, o ancor più l'insieme della via che proprio ora stiamo percorrendo e le svolte che l'hanno impreziosita, non sempre c'è un istante esatto che si staglia sullo sfondo, perché la vita si snoda in un susseguirsi, concatenarsi e intrecciarsi di circostanze e di eventi, come un magma spesso indecifrabile.
Così, io non ricordo il primo giorno in cui ho praticato yoga. Ricordo la mia prima insegnante, perché la conoscevo da tempo e si era avvicinata a questa disciplina quando già i nostri rapporti erano saldi, e quello che praticavamo non era proprio yoga, ma una disciplina ibrida, più uno stretching attento che vero proprio yoga, ma non saprei dire né il mese né l'anno in cui partecipai alla sua prima lezione.
Non ricordo il nome del mio secondo insegnante, sempre conosciuto nell'ambito del centro fitness che frequentavo allora, e nemmeno saprei dire per quanto tempo ho praticato con lui. E anche le esperienze formative successive, quelle con la mia prima vera e propria Maestra e tutte le seguenti, pur essendo impresse nella mia memoria in molti modi - parole, gesti, pratiche, conversazioni, attimi, istanti, emozioni, rivelazioni che non dimenticherò mai e che spesso si presentano alla mia consapevolezza nei momenti più disparati - non riescono a essere ricondotte dalla mia mente a una data precisa (forse scartabellando un qualche vecchia agenda ritroverei le date dei WS o delle lezioni di prova prenotate in qualche centro, e allora per un po' di tempo quelle date mi sarebbero familiari, poi forse svanirebbero di nuovo).
E poi ci sono quei momenti. Quelli che si stagliano sullo sfondo. Quelli che sai che sono stati reali punti di svolta, quelli di cui sai che hanno fatto la differenza.

Giugno 1992. Sui monti in Piemonte, in alto, molto in alto, il posto credo si chiamasse Rifugio della Vecchia (o qualcosa di simile). Cinque ore di cammino in salita, per raggiungere un luogo pazzesco. Un rifugio, appunto, un lago, le cascate, i monti, il cielo e le nuvole. E noi. Un gruppetto di studenti con il loro professore di filosofia, che da un paio di anni ci aveva iniziati al training autogeno e alla meditazione. Tre giorni insieme, una notte con un temporale di potenza biblica, un giorno trascorso nel silenzio assoluto. Un'esperienza memorabile. Non ricordo il primo giorno del nostro corso di meditazione a scuola, quello che anticipò questo breve ritiro, ma le emozioni provate allora, in quelle giornate e serate trascorse in quel luogo fuori dal tempo, sono tatuate nella mia anima, e dentro di me la consapevolezza: in quei tre giorni si è deciso il percorso di una vita, in quei tre giorni è iniziato davvero il viaggio incantato che mi ha portata fin qui, oggi.

11 Aprile 2010.
Un altro momento indelebile. Profondo. Dopo anni di pratica, entrare in una sala bellissima, sedersi sola in mezzo a tanti sconosciuti. Scorgere là davanti il Maestro, di cui avevo letto solo un'intervista qualche mese prima. Attendere che la sala si riempia, che tutti siedano in silenzio. E poi… poi la pratica che inizia… e da allora nulla è stato più come prima. Mi trovo a vivere Lo Yoga, quello in cui sento me stessa totalmente, in cui riesco a esprimermi al meglio, quello in cui provo veramente quell'unione tra corpo, mente e anima, quello che davvero riesce mirabilmente a farmi vedere nel profondo e oltre, quello che da quel giorno sarebbe stato il mio Yoga, quello che pur avendo continuato io per qualche anno a praticare altri stili, non mi ha più lasciato, quello che è divenuto la mia pratica quotidiana, quello che ora insegno, quello a cui ritorno, ogni volta che frequento WS di altri stili, quello che desidero ulteriormente approfondire, quello che, come me, è in eterno divenire e che da quel giorno si è ulteriormente trasformato divenendo ancora più profondo, intenso ed efficace, quello di cui sono grata di poter essere un veicolo, onorata di poter contribuire a diffondere. Quella data resterà sempre impressa in me, così come come queste immagini e la musica che le accompagna, il ricordo visivo e uditivo di un giorno indimenticabile, fondamentale, un momento di svolta, un attimo senza tempo.

Namasté.


giovedì 25 luglio 2013

Living asanas - Vrksasana: l'albero, the tree pose

L'albero. Che affonda le sue radici nel terreno. Il cui tronco si erge maestoso e forte. Le cui fronde si muovono al vento, spogliandosi e vestendosi di colori al cambio delle stagioni. I cui rami danno frutti, e docili crescono in ogni direzione sfiorando il cielo.

L'albero, che simboleggia il radicamento, il contatto con la terra, da cui trae non solo stabilità, ma anche nutrimento, le radici ramificate in profondità a trovare l'acqua, che nutre ogni organismo vivente, che rappresenta essa stessa la possibilità di vita per il nostro pianeta e per le forme animali e vegetali che lo popolano. E il fusto, che nella giovane pianta è flessibile, ma anche meno saldo del tronco più maturo, che col tempo acquisisce la forza per crescere ed essere stabile e concreto nel suo ergersi verso il cielo.
L'albero, che è ponte fra cielo e terra: le radici nel terreno, i rami a protendersi verso il cielo, ad aprirsi in ogni direzione, loro sì, flessibili, duttili, capaci di seguire il vento, di sopportare il peso della neve e poi di lasciarla cadere per liberarsi di nuovo e accoglierne di nuova, di essere rifugio per uccelli e animali. 
I rami, le infinite possibilità, che danno fiori prima, e poi frutti, che creano bellezza e nuova vita, che seguono i ritmi delle stagioni: si colmano di gioia e di gemme in primavera, per poi, variopinti, accogliere l'estate, con i frutti dolci e nutrienti che ricadono a terra; si tingono di colori incredibili in autunno, per poi spogliarsi in inverno e così lasciare che le foglie possano nutrire il terreno, quel terreno senza cui l'albero non sarebbe nato, cresciuto e divenuto ciò che è.
L'albero, allora, come metafora della vita, del suo svolgersi, delle qualità importanti per viverla appieno: radicamento, flessibilità, stabilità, equilibrio, sintonia con l'ambiente, capacità di accogliere, di elargire bellezza, di donare frutti, di lasciare andare, di interagire col terreno da cui la nostra stessa vita è sorta, di accettare la caducità, di svilupparsi in molte direzioni, di crescere, di estendersi verso il cielo, mantenendo vivo e presente il contatto con la terra, di svilupparsi armoniosamente.
Vrksasana è tutto questo: essere albero, essere posa.


domenica 14 luglio 2013

Cose che ho imparato

A dire sì alla vita, nelle sue manifestazioni più incredibili e imprevedibili. A non avere limiti, limiti nell'essere o nell'amare, nel pensare o nel fare. A vedere il bello vero nelle cose più strane. Ad amare la moltitudine di umanità che incontro. A imparare dai miei maestri, tutti, sopratutto dal mio barman del cuore, dagli amici ritrovati, dal mio Maestro di yoga. A non credere solo alle apparenze, certo, ma a fidarmi dei miei feelings, che fino a prova contraria ci pigliano sempre. A stringere amicizie improbabili, ché talvolta da quelle escono le cose migliori. A lasciare andare... anche le persone che vorrei ancora con me. A essere liquida, che è il motivo per cui pratico tanto. A rendermi conto che la strega l'ho materializzata io, e ora sarà meno facile che se ne vada. Ma anche che se ne andrà, che le streghe non restano per sempre. A fidarmi del mio istinto, del mio cuore, del mio corpo. A fidarmi delle persone che mi risuonano nel profondo. Ad appoggiarmi agli amici di sempre, a quelli così veri e belli che quando li vedi ti commuovi dalla gioia. Ad ascoltare, un po' di più. A dubitare, ma con tranquillità. A essere felice di quella felicità che nasce da dentro. A sentirmi protetta dalla mia super-squadra. A leggere gli occhi, e a saperli leggere proprio bene. A guardare tutto con uno sguardo laterale, col pensiero laterale, da centro a centro, però. A capire che prima divento "o tutto o niente" e  poi, e solo poi, modulo e a mixo: sono fatta così, me ne son fatta una ragione. A non aspettarmi che questa ragione se la facciano anche gli altri. Ad amare il "mix&match" di ogni cosa, perché quando mixo, e mixo sempre, non mi ferma più nessuno. A essere leggera, di quella leggerezza che fa sentire così wow! Ad amare i miei mille stili, mille gusti, mille pensieri. A sentirmi sicura. A sentirmi bene davvero.
Cose che ho imparato, in questa vita; cose, molte, che ho affinato in questi primi sei mesi del 2013... sei mesi di memorabile bellezza.

lunedì 8 aprile 2013

Il difficile equilibrio nella densità

Questa volta non è l'aria a essere divenuta densa. Sono io. 
Io, che vivo un periodo di salute ballerina. 
Io, che, come molti ora, avrei bisogno del sole e del tepore di una primavera che mi manca un po'. 
Io, che ho dovuto prendere in mano, in corsa e all'ultimo minuto, quasi a ridosso della "deadline", un progetto che doveva essere un regalo di altri per me, e farmelo, questo regalo per me, crearlo dal nulla, in pochi giorni, con quella determinazione e quello spirito organizzativo e multitasking che mi riportano alla mia quotidianità di qualche anno fa. 
Io, che non ho voglia di recriminare, perché quel che conta in certi casi è il risultato. E il risultato ci sarà. E credo sarà quello che desideravo. 
Io, che in questo programmare, incastrare, trattare, telefonare, scrivere, googelare, scegliere, decidere, rifiutare, mi sono trovata a non avere tempo per altro. 
Io, che avrei dovuto stare tranquilla e riposare per guarire, e invece ho lavorato a tempo pieno. 
Io, che durante tutto questo, sono divenuta (o ritornata) densa. Di quella densità che quando finalmente dopo due settimane torni sul tappetino, ogni movimento sembra pesare, sempra essere la zampata di un elefante sulla terra polverosa. 
Io, che di fronte a questa densità mi sono sentita pesante, frustrata, un po' scoraggiata. 
Io, che torno ogni giorno sul tappetino, perché è lì che quella densità potrà di nuovo essere resa meno fitta, più eterea, e dove la fluidità e la leggerezza potranno tornare. E torneranno.
Io, che sono grata alla pratica che lentamente sta buttando fuori da me tutto quel peso, sta allargando nuovamente la mia visione, alleggerendo il cuore, il corpo, la mente, restituendomi quella qualità di dolce fluttuare sulle cose, amandole, assaporandole, vivendole per quello che sono. 
Io, che mi godrò il risultato del progetto, il mio regalo per me, e riderò, lo sento, perché l'amore riversatoci colmerà il mio cuore. 
Io, che in tutto questo vortice confuso, vedo i cuori veri, le persone belle e vere, che ho intorno e che ora, adesso, con le loro azioni e con le loro parole mi dimostrano di essere con me, in questo momento, di capirne l'importanza, di sostenermi, di volermi bene. C'è chi mi sorride da lontano sapendo che sono in trepidante attesa e sono felice; chi da vicino mi dimostra un coinvolgimento così reale, così sentito, che mi fa sentire davvero aiutata, e, soprattutto, che fattivamente mi aiuta in ogni piccolo dettaglio; chi non ha proprio modo, ma col suo cuore è con me sempre; chi ha capito; chi c'è.
La densità a volte torna. A volte, nella vita quotidiana, non si può fare a meno di dover rientrare pesantemente nel proprio Io, se si vuole perseguire un risultato, un progetto. Forse si può fare diversamente, certo, ma nella fretta, nella scarsità di tempo e nella fitta trama di impegni, non sempre si riesce a rimanere fluidi, distaccati, malleabili. E allora subentra densità. Ma ciò che conta, come sempre, è osservare, osservarsi, percepirsi, e appena si può tornare sul tappetino, sintonizzarsi col proprio corpo, con la propria mente, con tutto intorno a sé, coglierne le qualità, e praticare, praticare, praticare. Con fiducia. Ché se anche l'equilibrio nella densità si è fatto precario, la pratica ci riporterà al nostro essere fluidi, adattabili, leggeri.
Namasté.

lunedì 18 marzo 2013

Back to the base

Back to the base.
E dalla base crescere.
La tecnica, la pratica, le asana, il pranayama, il flow.
Back to the base. 
Attingere dalla base. Lì ritrovare, o incontrare per la prima volta, quei movimenti primari, spontanei, puri. Quei movimenti che il vivere, con i suoi ritmi, le sue emozioni, le sue tensioni, le sue abitudini, ha un po' appesantito di orpelli, modificato, annullato.
Ritrovarsi nella meraviglia di un corpo che respira semplicemente, libero di lasciarsi respirare, di accogliere nella sua ritrovata morbidezza il respiro, il soffio vitale.
Muoversi in asana primarie, semplici, approcciandole con curiosità, abbandonando lo stile e le tecniche apprese, allneandosi, certo, e muovendosi con attenzione, con rispetto per il corpo, ma muovendosi guidati dall'intelligenza del corpo. Esplorare il potenziale nella semplicità.
Allineare le ossa. La base, la struttura profonda. E avvertire la leggerezza di un corpo che ritrova la sua naturale posizione nello spazio. 
Lasciare che scheletro, muscoli, respiro interagiscano, ognuno a svolgere il suo ruolo in quell'equilibrio affascinante e misterioso che è il nostro corpo.
Nella basi ritrovare la poesia insita in ogni movimento, ascoltare quella sinfonia di movimenti che comprende l'impercettibile vibrazione della più piccola particella così come il movimento ben visibile del nostro corpo che muta posa. 
Riscoprire la meraviglia della sempicità, che poi spontaneamente ci conduce con sicurezza e incredibile facilità nella complessità di pose più avanzate, di tecniche di pranayama più articolate, di flow che ci conducono con naturalezza in un flusso di pose armoniche.
Dalla base crescere, di nuovo, alimentati da una consapevolezze rinnovata, salda, profonda. 
La pratica si affina, la coscienza si espande, il corpo si muove dal profondo all'infinito. Semplicemente.

martedì 19 febbraio 2013

Contaminazioni

La linfa della vita.
Contaminiamoci.
Incontriamoci.
Scambiamoci energia, vita, passioni, visioni. Lasciamo che altro entri in noi, nella nostra vita, nelle nostre di visioni. Lasciamo che le nostre passioni si contaminino tra loro, che il nostro mondo interno si fonda, si rimescoli, si unisca profondamente nella sua varietà multiforme, godiamo della diversità nell'unità.
Accadono cose, continuamente, cose meravigliose. Viviamole.
Ho ballato tanto questa settimana. Tanto, come non ballavo da anni. Tantissimo, con gioia, entusiasmo, felicità. In più occasioni. Con amici vecchi e nuovi, ridendo, scatenandoci nella gioia liberatoria che il ballo sa veicolare così bene. 
E ho riso. Riso come non mai. E fatto ridere. Fino alle lacrime.
E comunicato le mie passioni, le mie idee, lasciando che si imbevessero dell'atmosfera, dei suoni e della luce dei luoghi che ho attraversato e dell'energia delle persone che erano con me. Facendo entrare la loro vita, il loro essere, i loro sguardi, le loro parole. E lasciando che tutte queste contaminazioni tra esperienze, pratica, arte, pensiero, emozioni, musica, amore, amicizia e discorsi semiseri si estrinsecassero, e mi ispirassero, ancora e di nuovo. E così, in ogni istante vedere tutto, ancora, sotto una nuova luce. Vedere nuove prospettive. Sentire pulsare nuove idee, nuove possibilità. E sorridere del passato, cancellarlo con un colpo di spugna, con un abbraccio e una risata. E aver voglia di portare in giro quell'energia, regalarla negli incontri, in quelli brevi e in quelli duraturi, con leggerezza e spontaneità. Senza prendersi troppo sul serio. Cantando i Green Day - "Stray Heart", ballando sulle tribune di una piscina, fischiettando mentre si cammina, ascoltando emozionati Jeff Buckley - "Hallelujah", improvvisando per strada un passo di danza alla "Saranno Famosi". E contaminandosi, con cio che si vede e si incontra, con tutto ciò che emoziona. Col cuore leggero, e con un'aura di felicità. Rimescolando tutto, ancora ed ancora. 

domenica 17 febbraio 2013

Back to the body

Accade anche che, a volte, senza accorgercene, ce ne andiamo via. Via dal nostro corpo. Anche noi, abituati ad abitarlo, muoverlo, viverlo, sentirlo. Anche noi che con lo yoga abbiamo affinato le nostre capacità di stare nel corpo, di percepirne i moti più sottili, noi che conosciamo a fondo l'importanza di essere nel nostro corpo, veicolo fondamentale della nostra percezione e del nostro essere qui, ora.
Eppure, può accadere.
Perché ci perdiamo in preoccupazioni, aspettative, desideri, progetti. O perché rifuggiamo sensazioni fisiche di disagio, emozioni disturbanti o vero e proprio dolore fisico, con cui non riusciamo a stare pienamente. E viviamo solo nella mente. Con la mente riflettiamo, ponderiamo, sogniamo, pregustiamo, pianifichiamo. Nella mente ci rifugiamo, quando il corpo ci comunica dolore più o meno profondo, e mentre attendiamo che le cure facciano il loro effetto, compartimentiamo senza volerlo alcune parti di noi, le confiniamo al margine della consapevolezza, cerchiamo di non sentirle, e nel contempo, senza esserne pienamente coscienti, ci irrigidiamo, chiudiamo canali di comunicazione fondamentali, perdiamo la presenza totale, e confinati nella mente viviamo a metà. A essere ottimisti.
Se siamo fortunati però, o meglio ancora consapevoli che tutto questo può accadere, a un certo punto ci arriva qualche segnale. Il segnale del disagio fisico che, liberatosi dalle grinfie della mente, si agita, si dimena, fino ad affiorare accentuato o trasformato. Il segnale delle notti insonni, dei risvegli improvvisi, della mascella serrata, del mal di testa, di fastidi più o meno acuti. E, riconosciuto il segnale, è il momento di fare qualcosa. 
Tornare nel corpo.
Con la pratica. Praticando, con dolcezza perché magari si è deboli o comunque provati mentalmente e la pratica pare anch'essa più ostica. Accostandosi con delicatezza ai ritmi, alle asana, a savasana. Accettando che i primi momenti possano essere difficili, con il corpo irrigidito, debole, poco stabile. Ma fiduciosi. Perché può volerci qualche tempo, minuti o forse qualche giorno, ma non appena l'energia ricomincia a fluire più liberamente, il nostro corpo recupererà forze, ritmo, stabilità, fluidità. Ci sentiremo di nuovo presenti, sempre più radicati nel corpo, sempre meno prigionieri della mente. E la mente inizierà a rilassarsi, a liberarsi, a svuotarsi. La visione tornerà nitida, il mondo attorno a noi riprenderà luce, suoni, colori più vividi, immediati, reali. E di nuovo radicati a terra, potremo davvero estenderci nuovamente verso il cielo, vedere con mente serena e limpida, essere pienamente, relazionarci veramente, liberamente vivere.

mercoledì 6 febbraio 2013

Aprirsi alla libertà

Libertà. Una parola così potente, evocativa, assoluta. Uno dei più grandi aneliti dell'uomo, da sempre, quello per la libertà. Un valore da perseguire, tutelare, conquistare, riaffermare, estendere, garantire. Un concetto che spesso pare relegato nell'astrazione, quasi impossibile da far precipitare in una dimensione concreta, reale e alla portata di tutti, anche per chi, come noi, ha la fortuna e la benedizione di vivere in paesi considerati, appunto, "liberi".
Eppure. 
Eppure, io quella dimensione ieri l'ho sperimentata. Vissuta, respirata e soprattutto percepita con tutta me stessa. Merito di una pratica straordinaria, che nel suo fluire mi ha consentito di accedere al campo infinito delle possibilità, lì dove tutto pare possibile. Perché lo è, possibile. Lì dove ti liberi dalle costrizioni dello spazio-tempo, perché accedi all'infinito. Lì dove esci dal meccanismo stimolo-reazione, ed entri nella dinamica evento-azione. Lì dove non reagisci in base a schemi precostituiti e alla tua chimica del corpo consolidata, ma rispondi in modo nuovo, aperto, libero.
In tutte queste possibilità risiede la libertà. La libertà di essere, di percepire, di agire. Lì dove la tua scelta è in assoluta armonia col tutto, tanto che quella scelta non si può dire totalmente tua, ma è la naturale, spontanea forma che la tua azione assume nel relazionarsi con ogni cosa in te e intorno a te. Scegli senza scegliere. Agisci senza agire. Fluisci, Uno con il Tutto. E sei libero. Respiri e vivi quella libertà, che non hai ricercato in contrapposizione alla costrizione, ma che hai trovato aprendoti, affidandoti, consentendoti quell'arrendevolezza che ti libera dall'ego e ti apre all'infinito.

mercoledì 23 gennaio 2013

Sogni, anche...

Così accade che praticando e lavorando profondamente, intensamente, sulle articolazioni delle anche si smuovano emozioni e blocchi antichi e radicati, perché stai agendo in quella zona del corpo che è legata alle paure più profonde, connesse alla sopravvivenza stessa. E se accade che a questo si accompagna un lavoro altrettanto intenso sulle torsioni, che strizzano i nostri organi interni e ci consentono di cambiare visuale rivolgendo lo sguardo dove di solito non si posa, gli effetti della pratica si amplificano, diventano più pervasivi. E così ti trovi poi a vivere una savasana che ti porta in profondità raramente esplorate, in cui entri in una dimensione quasi onirica, come un avventurarsi nei fondali profondi dell'oceano. E se poi accade che poche ore dopo ripeti la medesima pratica, ti ritrovi in asana più profonde, più avvitate, più forti... E l'azione si accresce ulteriormente, la vibrazione aumenta, la savasana che segue non è più un'immota profondità oceanica, ma un vibrante stato di presenza.
Così può anche accadere che la sera stessa tu cada in un sonno immediato, profondo, e poi, dall'oscurità l'emergere di un sogno, lungo, dettagliato, realistico, spaventoso al limite dell'incubo, ma non tale. Un sogno in cui le emozioni, la paura soprattutto, sono tangibili, in cui ti rendi conto che stai fronteggiando qualcosa di grande, di tuo, di risolutivo, forse. Il sogno che ha dato parole, immagini e sensazioni fisiche inequivocabili a quelle emozioni cristallizzate nelle tue anche. Un sogno da cui ti sei svegliato, perché l'epilogo inevitabile sarebbe stata esperienza forse troppo forte da vivere, anche se in sogno. Rimani scosso, turbato, toccato da quanto vissuto nelle dimensioni profonde della tua mente. Prendi consapevolezza. Tieni lì quelle immagini, quei frammenti che pian piano col passare delle ore sbiadiscono nei dettagli, ma il cui impatto emotivo resta immutato. Ci sei, ora, presente, consapevole che la pratica ha consentito al tuo corpo di comunicare con te e di rilasciare tensioni e blocchi ancestrali. E da qui ti muovi, di nuovo, con fiducia e con accresciuta consapevolezza, affidandoti alla saggezza della pratica e del corpo.

martedì 15 gennaio 2013

L'ostacolo

E poi fermarsi a pensare e scontrarsi con la realtà. La mente si è fermata, la realtà è divenuta solida, rigida, e l'impatto è avvenuto. Hai perso fluidità, non hai lasciato andare, hai, forse, avuto paura. 
Succede. Non è grave. E soprattutto non fartene una colpa. Puoi soffrirne, è vero, puoi chiederti e ripeterti "se solo avessi, se solo fosse, se solo...", puoi sentirti avvilito, afflitto, arrabbiato. Lo scontro con la realtà di per sè non è piacevole, di scontro appunto si tratta. È tuttavia umano, normale, fisiologico quasi. Ed è una grande opportunità, per lo yogi, per ogni uomo e ogni donna. È anche insito nelle dinamiche profonde della vita, negli incontri e nelle esperienze, e forse lo è ancor più dove si ha avuto il coraggio di osare, di avventurarsi, di abbandonare strade già battute. Hai scelto, ti sei lasciato andare, fluidamente e con presenza, ma poi, a un certo punto l'ostacolo, l'impatto. Cosa lo abbia provocato, chissà: tante le variabili, troppe le sovrapposizioni e le interazioni. Ora però sei tu, lì di fronte all'ostacolo. Tu che non vorresti averlo incontrato, tu che recrimini, rimpiangi, rimugini. Tu che vorresti liberartene al più presto, perchè fino a un attimo prima tutto era bello, scorrevole, sereno. 
Ecco, proprio ora è bene e utile che Tu ti sposti, ti fai da parte. Tu con il tuo bagaglio di esperienze, aspettative, "modelli operativi interni", le tue reti neurali cresciute assieme a te, le tue abitudini, la tua chimica del corpo. La realtà si è solidificata, da lì non si passa se anche tu resti solido, denso, rigido. Apriti, apriti a ciò che ora, adesso, c'è lì, di fronte, accanto, intorno a te. E dentro di te. Resta ricettivo, resta aperto, resta in attesa. Attenzione libera e fluttuante, direbbe Freud, mindfulness per Jon Kabat-Zinn, pienezza della consapevolezza mentale. Semplicemente stare. Stai con tutto, col tuo malessere, con la tua avversione o delusione o rabbia o ciò che senti, e, anzi, se riesci, non etichettarla. Semplicemente stai. Non ti accadrà nulla di male. Le sensazioni, seppur spiacevoli, saranno tollerabili. E pian piano la realtà, da rigida e compatta che era divenuta, inizierà a sfaccettarsi, a perdere quei contorni nitidi, a vibrare a una frequenza superiore, a letteralmente sciogliersi davanti a te. Tu, aperto e ricettivo, la realtà di nuovo come campo quantico delle infinite possiblità.  Il tempo si sospende nuovamente, non c'è fretta, non è ancora tempo di prendere azione, solo consapevolezza. L'azione poi verrà da sè. Quando sarà il suo momento, semplicemente accadrà, senza pianificazione, senza intenzione. Ti troverai a essere e ad agire, di nuovo, in assoluta naturalezza, in armonia con ciò che c'è, in una realtà di nuovo fluida, in un Uno di nuovo integrato.

domenica 30 dicembre 2012

Ispirazioni: "August Rush - La musica nel cuore"

"Solo alcuni di noi lo sentono?"
"Solo alcuni di noi ascoltano."
In questo botta e risposta tra Evan/August e Il Mago tutta l'essenza della vita. 
Già, perché ciò che davvero fa la differenza è ascoltare. Se ascolti puoi percepire, comprendere, vivere con un'intensità e una profondità nuove, diverse. Ciò che può apparire miracoloso, anomalo se si ascolta davvero si rivela naturale, spontaneo, ubiquitario, accessibile. Imparare ad ascoltare e a coltivare la qualità dell'ascolto ci consente di accedere a un mondo nuovo, diverso, per restando qui, nel mondo a noi conosciuto.
Coltivare l'ascolto, attraverso lo yoga ad esempio. Lo yoga che ci esorta ad ascoltare corpo e mente, sensazioni fisiche, emotive, sottili. 
E perseguire l'ispirazione. Ispirarsi, in ogni modo a noi più consono, per andare oltre, squarciare non solo il velo di Maya, dell'inconsapevolezza, ma anche dell'abitudine, del nostro guardare attraverso aspettative, preconcetti, presupposti, credenze. L'arte in questo, insieme alle pratiche spirituali, allo yoga, alle arti marziali e alla contemplazione della Natura, è via maestra, percorso privilegiato. Le emozioni evocate da un dipinto, la magnificenza comunicata da architettura e scultura, la trascendenza insita nella musica... Ogni forma d'arte ci può aprire gli occhi, può introdurci in quella sfera del possibile, che poi è culla del nuovo, dello sviluppo, della crescita. Ma in realtà, tutto è già qui, siamo noi a non vederlo. Come dice ancora Evan/Agust "La musica è intorno a noi. Non bisogna fare altro che ascoltare." E una volta che si è ascoltato, accedere a quella dimensione è più agevole, e sempre più alla nostra portata. Basta ascoltare, basta davvero ascoltare, liberi da ogni preconcetto di come dovrebbe o potrebbe essere, perché ciò che è davvero è meraviglia, così grande da superare ogni nostra attesa, ogni nostra idea.
Non bisogna far altro che ascoltare.

sabato 24 novembre 2012

Corpo e cuore

Doveva essere il tuo periodico week-end intensivo di yoga. Quello in cui incontri il tuo Maestro, i compagni di percorso, in cui ti rigeneri, e pratichi e mediti e vivi di yoga e nello yoga, totalmente. Quello lontano da tutto e vicino a tutto il resto. Ma è stato, prima ancora, il week-end degli amici e degli affetti. Con la casa che si è riempita di persone care, di risa, di buon vino, di ottimo cibo, di vita,  di gioia. Con una settimana di preparativi per rendere la serata indimenticabile, per mercati e poi in cucina, tra i libri di sempre e nuove ispirazioni, a preparare, con amore e dedizione, il pasto della festa. Cupcake, insalate, verdure colorate dell'arancio di stagione, un gelato alla fragola tanto fuori stagione quanto dolce e coccoloso, e i funghi e i formaggi... E nell'aria l'inconfondibile energia che solo le feste tra amici sprigionano, quando tutto è un rimescolarsi di voci, anedotti, ironia affettuosa e complici sguardi di intesa.
Quell'energia che ti accompagna fino a tarda ora, e poi si riordina la cucina, ci si corica, ma è ancora tutto lì, così vivo e vicino che puoi quasi toccarlo.
E l'indomani il corpo non vuole. Non vuole alzarsi e lasciare quella casa così animata, così viva, così energizzata, come non era forse da un po'. Quel corpo vuole restare lì a bearsi degli attimi trascorsi da poco, pigramente godersi le stanze e la vita insieme, in un mattino di novembre così soleggiato dietro le imposte e ancora tiepido. E il cuore, soprattutto lui non vuole. Vorrebbe correre dal Maestro, per apririsi alla pratica e alla saggezza dei gesti e delle parole, ma è già aperto, ricolmo di energia frizzante, nuova, benefica, amorevole. È in parte come la famosa tazza di the già piena che non può contenere null'altro. È un cuore colmo, appena riempito di vita e di gioia. È necessario del tempo perchè tutto questo filtri completamente all'interno, venga assorbito, rimanga sì nel cuore, ma in un cuore in cui c'è nuovo spazio. E quei battiti accelerati, che inizialmente spavantano, sono la sua voce come a dire: "Sono ricolmo. Beatamente ricolmo. Lasciami vivere la pienezza. Non correre a prendere quel treno, non portarmi ad assimilarne altra. Sono colmo e felice. Ora non c'è spazio per altro."
Ogni cosa a suo tempo. Il corpo e il cuore lo sanno. Basta ascoltarli.
Dal tuo Maestro andrai la prossima volta, questa volta il tuo Maestro è stato il tuo cuore.

mercoledì 14 novembre 2012

Affidarsi alla gentilezza

Essere gentili. Il suono stesso della parola "gentile" evoca morbidezza, delicatezza, fluidità. 
La gentilezza come qualità dell'agire e del pensare, intrinseca allo yama della "non violenza" (ahimsa). Come trasmessoci da Patanjali negli Yoga Sutra, yama è l'attitudine verso gli altri, verso le persone e gli esseri viventi in genere. Ma "gli altri siamo noi" e quella stessa qualità è bene rivolgerla anche verso noi stessi. Troppo spesso ci si preoccupa, o talvolta ci si sforza, di essere gentili verso gli altri e ci si dimentica di esserlo verso se stessi. 
Eppure è dalla capacità di rispettare e di accudire in primo luogo se stessi che scaturisce la profonda capacità di rivolgere agli altri azioni e pensieri realmente gentili. "Ama il prossimo tuo come te stesso". Parole profonde, universalmente note e ripetute tante volte, ma di cui a volte si tende a sottolineare l'aspetto altruistico e a ignorare o a sottovalutare quello apparentemente egoistico. Si da forse per scontato che l'amore verso se stessi sia sempre più grande. Forse lo è, o spesso lo è. Ma nel contempo, forse, la qualità di quell'amore verso se stessi non è così totale, così morbida e accogliente come potrebbe essere. Quante volte ci critichiamo, quante volte non ci prendiamo cura del nostro corpo, quante volte ne ignoriamo i segnali, quange volte ci autoinfliggiamo sofferenza rimuginando su preoccupazioni e delusioni, quante volte non rispettiamo i nostri tempi, le nostre esigenze, la nostra natura? 
E qui si rivela l'importanza dell'ascolto. Ascoltare l'altro, le sue esigenze, per poter essere realmente gentili verso di lui. Ascoltare se stessi, per poter essere realmente gentili verso il sè. Senza l'ascolto non ci sono lo spazio e l'attenzione per cogliere davvero quello che c'è e quello che serve. L'ascolto, l'osservazione amorevole e non giudicante sono alla base della possibilità di essere realmente gentili. Noi stessi siamo sempre presenti nelle nostre vite. Noi siamo sempre con noi. E quindi verso di noi abbiamo la possiiblita di praticare costantemente, sempre e in ogni luogo, la gentilezza. Perché anche la gentilezza abbisogna della pratica per crescere, estrinsecarsi, evolversi nella pienezza delle sue possibilità. 
La pratica dello hatha yoga, delle asana, anche in questo è preziosa: sul tappetino abbiamo occasione di essere gentili verso noi stessi. Le difficoltà con cui l'esecuzione di un'asana può confrontarci, le resistenze o le aspettative che l'accompagnano, i fastidi fisici o il desiderio di forzare che a volte avvertiamo, sono tutte occasioni che lo yoga ci offre per praticare la gentilezza verso noi stessi. Ascoltare noi stessi. Non giudicare noi stessi. Rispettare noi stessi. In una parola: Amarci.


P.s.: ...e navigando oggi (perché ieri non se ne è avuto modo) apprendere che ieri era la giornata mondiale della gentilezza... e scoprire ancora una volta come tutto è Uno, come siamo tutti profondamente interconnessi... che l'ispirazione a scrivere oggi di gentilezza era "in the air"... Grazie della meraviglia di tutto questo.